Relazioni consapevoli: cosa significa davvero e come migliorano la tua vita

Mentre rivedevo le slide di un corso che sto tenendo in questo periodo, ho pensato che potesse essere una buona idea farne un articolo. 

 

Data l’universalità degli argomenti e l’utilità che la conoscenza di questi può avere nel migliorare la qualità di vita delle persone, penso possa essere un tema che interessa a tutti.

 

In particolare, qui di seguito troverai aspetti, legati ai processi relazionali, che anche se possono sembrare logici, non fanno sempre parte delle conoscenze di base di un individuo.

 

Spesso, rammaricati per tutto ciò che di negativo vediamo intorno a noi, rischiamo di non renderci conto che dal punto di vista evolutivo siamo fatti per la socialità e quindi per le relazioni. 

Partirò proprio da questo argomento per darti una visione completa delle relazioni consapevoli.

L’essere umano e il bisogno di relazione

Voglio iniziare questo argomento chiedendoti di fare un piccolo esperimento. 

Prova a prenderti un istante e a pensare, ieri, come sarebbe stata la tua giornata se non ci fossero state altre persone intorno a te? 

Non pensare a quelle che potrebbero averti rovinato la giornata dicendoti qualcosa che non ti è piaciuto o a quelle che hai incontrato e che non ti sono particolarmente simpatiche. 

Soffermati a pensare a quelle persone che fanno parte del tuo scenario quotidiano e delle quali spesso non ti accorgi nemmeno.

Sto parlando di chi smaltisce la spazzatura, di chi guida i mezzi che consentono gli spostamenti, di chi ti fa il conto quando vai a fare la spesa e così via. 

Pensando a tutti questi individui, ti renderai conto che senza di loro, la vita di ognuno di noi non sarebbe quella che è.

Questa però potrebbe essere una visione un po’ materialistica se vuoi o addirittura di necessità.

Proviamo quindi a cambiare di un po’ il focus, per comprendere meglio il concetto.

Oggi, salvo rare occasioni viviamo con naturalità in contesti urbani ed è quasi normale ritenere che tutto questo faccia parte quasi di un’abitudine e non di un bisogno. 

Ma, storicamente come siamo arrivati a questo? 

Dal punto di vista evolutivo, ci siamo arrivati esattamente nello stesso modo in cui ci sono arrivati gli animali che vivono in branco. 

Una struttura sociale organizzata e costruita su molti individui, rende più facile la salvaguardia del singolo.

Però attenzione, perché non è soltanto un discorso di benessere individuale che nasce dalla collettività. 

È davvero un bisogno. E te lo dimostro. 

Erano circa le 21:30 del 9 marzo 2020.

I telegiornali annunciano una cosa mai sentita prima. Dal giorno successivo, nessuno di noi può uscire di casa. 

E ciò che è peggio, è che non ci viene detto per quanto tempo durerà questa reclusione forzata. 

Il resto della storia molto probabilmente te la ricordi e poi non voglio farti rivivere esperienze così negative per il genere umano. 

Tuttavia le conseguenze sui giovani, gli adulti e gli anziani nei mesi e negli anni successivi, hanno creato problematiche sociali realmente molto pesanti.

Vediamone qualcuna:

  • Aumento di ansia, stress e disagio psicologico;
  • Conflitti familiari e convivenze difficili;
  • Spazi condivisi forzati e mancanza di “sfoghi esterni”;
  • Incremento della violenza domestica;
  • Dipendenza da tecnologia e social;
  • Uso eccessivo di smartphone, social media e piattaforme digitali;
  • Difficoltà educative e isolamento nei giovani;
  • Perdita di senso e disorientamento esistenziale;
  • Interruzione delle routine e confronto con il vuoto.

Alla base di tutte queste situazioni non particolarmente positive, c’è un bisogno. 

Nel 1943, lo psicologo statunitense Abraham Maslow propose una teoria destinata a cambiare il modo in cui osserviamo l’essere umano: La gerarchia dei bisogni.

Maslow, uno dei principali esponenti della psicologia umanistica, non si concentrava su ciò che non funziona nelle persone, ma su ciò che le spinge a crescere, evolvere e realizzarsi.

In questa teoria ormai ampiamente riconosciuta, si parte dai bisogni primari per arrivare a quelli più evoluti ed esattamente in mezzo alla piramide c’è il BISOGNO DI APPARTENENZA. 

Se immaginiamo la piramide come un processo evolutivo, ci rendiamo conto di come, senza che questo bisogno venga soddisfatto, non siamo in grado di evolvere come esseri umani. 

Per essere più chiaro, sviluppare stima nei nostri confronti e puntare all’autorealizzazione, è assolutamente impossibile, senza aver appagato il bisogno di appartenere ad un gruppo. 

Nella vita, prendiamo questo tipo di decisione molte volte, in diverse realtà relazionali con differenti implicazioni. 

La prima esperienza di appartenenza, la facciamo all’interno della nostra famiglia. 

Poi, in ambito scolastico, negli sport, nelle amicizie e perché no, anche in ambito lavorativo. 

In sostanza, fare parte di qualcosa ci fa stare bene.

Proviamo a vedere più nel dettaglio, come si sviluppano le modalità relazionali.

Le modalità relazionali: da dove nascono

Abbiamo detto innanzitutto che le relazioni hanno come origine un bisogno. 

 

Sappiamo bene che esistono differenti tipi di relazione, alcuni più superficiali, altri più profondi.

 

La prospettiva però, è sempre la stessa, c’è un momento di condivisione.

 

Il modo in cui viviamo questo momento, arriva dalle nostre esperienze passate. 

 

Qui, essendo in un ambiente in cui posso dire liberamente ciò che penso, senza il timore di offendere la sensibilità di nessuno, allargo le esperienze anche alle vite precedenti. 

 

Hai capito bene! Ci sono programmi interiori che regolano le nostre relazioni, che sono parte integrante di noi, ormai da diverse vite.

 

Prova a pensare per un istante, di moltiplicare le esperienze dei primi anni di vita, per un certo numero di vite. 

Possiamo poi aggiungerci le esperienze degli anni successivi e moltiplicare anche quelle. Finiremo per ottenere un peso considerevole.

 

Fortunatamente, non ci portiamo dietro tutto il fardello. 

 

Ma, le esperienze più significative ed importanti, tendono a diventare quei programmi che utilizziamo quotidianamente e che regolano le nostre relazioni.



Attenzione però, non voglio cadere nella dinamica del “Sono fatto così, cosa  ci posso fare”.

Questa è la scusa che adduce chiunque non abbia voglia di cambiare la propria vita. 

 

Perché malgrado il  bagaglio che portiamo con noi sia di fatto il risultato delle nostre esperienze, non è detto che queste non debbano avere anche un’altra funzione.

 

Nonostante le nostre modalità relazionali si formino a partire dalla famiglia, durante l’infanzia, non scegliamo all’inizio come relazionarci, lo apprendiamo e quello che oggi chiamiamo “carattere” spesso è un adattamento.

 

E se prendere coscienza di questo adattamento fosse la strategia migliore per imparare e migliorarsi? 



A fronte di ciò che abbiamo messo da parte e che ci teniamo dentro, possiamo comprendere se il modo in cui stiamo vivendo qualcosa, è quello più giusto per noi. 

 

Per essere più chiaro, mentre ci stiamo relazionando con un’altra persona, dentro di noi si muovono emozioni, stati d’animo, sensazioni e molto altro ancora. 

 

Se siamo in grado di ascoltarci, ciò che ci accade dentro ha delle ripercussioni sul piano delle sensazioni fisiche che proviamo. Queste, possono essere gradevoli o sgradevoli. 

 

Quando il processo di ascolto viene portato avanti con onestà e sincerità, la gradevolezza di un’esperienza, ci dice che siamo sulla buona strada.

Viceversa, se ciò che sperimentiamo non ci piace, può essere indicativo di qualcosa che dentro di noi sta funzionando poco bene. 

 

Ed è proprio a questo punto, che dovremmo dimenticarci il “Sono fatto così, cosa  ci posso fare”.



Guidati da quello che promuovono le esperienze che facciamo, possiamo decidere di individuare e di conseguenza gestire i programmi interiori che ci stanno danneggiando. 

 

Tutti quei processi, che sono comparsi nel tempo con l’intento di aiutarci a sopravvivere, non è detto che debbano accompagnarci per sempre. 



È frequente vedere che quando abbiamo imparato ciò che ci serve da un determinato schema relazionale, questo non si presenta più nella nostra vita. 

 

Più o meno consciamente, abbiamo deciso di abbandonare quel programma, perché abbiamo compreso che non fa più per noi. 



Quando invece questo processo non avviene, finiamo per essere destinati a ripetere continuamente scelte già fatte e a rivivere situazioni già vissute. 

 

È proprio nelle relazioni che abbiamo l’occasione più concreta per crescere.

 

Nel prossimo paragrafo voglio esplorare insieme a te il processo di codifica, che dovrebbe farti capire ancora meglio quanto ho detto finora.

Il processo di codifica: perché vediamo le cose in modo diverso

Prova a chiedere a cinque persone differenti di visualizzare nella loro mente un paio di scarpe! 

 

Quando chiederai ad ognuno di loro di descrivere ciò che hanno visualizzato, ti accorgerai che nessuno ha visualizzato la stessa cosa. 

 

Eppure, hai chiesto di visualizzare un oggetto specifico, non hai offerto grandi variabili. 

 

Perché quindi le risposte sono così differenti? 



Sulla base di ciò che abbiamo detto finora, le esperienze che facciamo creano il nostro modo di vivere l’esperienza stessa. 

 

È la modalità attraverso la quale sviluppiamo gusti, preferenze, interessi e addirittura affetti.

 

Ma, torniamo per un attimo alle scarpe. 

 

La stessa differenza che cogliamo nella descrizione di un oggetto, esiste nella comprensione più sottile di ogni parola che utilizziamo nel linguaggio parlato. 

 

Certo, il significato di base, a grandi linee corrisponde, altrimenti diventerebbe del tutto impossibile comunicare. 

 

Tuttavia, se pensi al contesto in cui hai sentito per la prima volta una determinata parola e ne hai compreso il significato, ti renderai conto che questo ha influito sull’accezione della parola stessa. 



Ogni volta che ci mettiamo in comunicazione con qualcuno, questo processo avviene decine o addirittura centinaia di volte.

 

Il pensiero prende forma in parole, che diventano frasi e vengono espresse verbalmente. 

Dall’altra parte arrivano dei suoni che vengono codificati in parole, con il significato più stretto attribuito da chi le sta sentendo.

 

In soldoni, immagina questo processo.

 

Durante uno scambio con un’altra persona, si susseguono input e output. 

 

Qualcosa entra, qualcos’altro esce. Tutto questo avviene diverse volte e per ogni persona coinvolta nel processo.

 

Quando tu parli, stai fornendo degli input a chi hai davanti. Quando l’altra persona risponde crea un output e il processo si ripete un certo numero di volte.

 

Quando uno dei due propone un argomento differente, i ruoli si invertono e il dialogo continua. 



A questo punto dovremmo avere una maggior chiarezza sul fatto che ogni segnale inviato, quando  ricevuto viene codificato sulla base dei programmi interiori del ricevente.

 

Capisci ora perché è raro essere sulla stessa frequenza di qualcun altro? 

 

Ma soprattutto, se diamo spesso per scontato che gli altri comprenderanno ciò che diciamo, nello stesso modo in cui la nostra mente lo ha espresso, non accadrà mai! 



Però, è grazie a questa dinamica, che inizialmente può generare frustrazione, che abbiamo la possibilità di inserire nel nostro sistema cose nuove. 

 

Anche se potrebbe non sembrare, continuare a confrontarci con individui che codificano ciò che diciamo e ci mettono nella condizione di codificare ciò che dicono loro, crea piccoli contrasti che portano all’apertura.

 

Questo può avvenire con la maturità, quindi quando cominciamo ad avere un po’ di decadi alle spalle, ma anche come contropartita dei bisogni che dobbiamo soddisfare.

Sulla base di ciò che ho scritto nel paragrafo precedente, risulta piuttosto chiaro che possono essere numerosi i momenti di incomprensione. Fortunatamente, non tutti portano ad una discussione accesa o ad uno scontro, perché l’incomprensione, nella maggior parte dei casi è davvero minima.

Tuttavia, è innegabile che ogni volta che interagiamo con qualcuno che ci dice qualcosa, questo promuove in noi delle emozioni.

Va tutto piuttosto bene, finché queste emozioni sono positive. Quando però non lo sono, l’attitudine che abbiamo è quella di puntare il dito contro l’altro perché ha detto o ha fatto qualcosa che ha generato in noi un’emozione non gradevole. 

Sì, di solito noi non sbagliamo mai! Se c’è qualcosa di sgradevole, dipende certamente dagli altri. 

Questo almeno è quello che crediamo. Ma voglio che tu legga con attenzione quanto segue: 

Ogni emozione rappresenta un bisogno e quando questa emerge nella relazione che stiamo vivendo, significa che l’altra persona di solito involontariamente, ci sta mettendo davanti ad uno specchio! 

Ti porto qualche esempio concreto. 

La rabbia per esempio, può emergere quando abbiamo bisogno di mettere dei confini, non ci sentiamo rispettati o abbiamo bisogno di ascolto. 

La tristezza, si manifesta quando sentiamo il bisogno di vicinanza, ci aspettiamo un supporto o fa capolino la necessità di elaborazione.

L’ansia compare con il bisogno di sicurezza, di prevedibilità o di controllo.

La paura altro non è che bisogno di protezione o bisogno di stabilità.

La frustrazione possiamo leggerla come bisogno di riconoscimento o necessità di sentirsi efficaci.

Ecco che il senso di solitudine, che abbiamo sperimentato nei momenti bui citati all’inizio dell’articolo, diventa bisogno di connessione o di appartenenza.

Proviamo vergogna quando abbiamo bisogno di accettazione o di essere visti senza giudizio.

Manifestiamo gelosia come  bisogno di rassicurazione o di valore.

Il risentimento arriva a fronte del bisogno di giustizia o ancora una volta di riconoscimento.

La serenità, perché anche le “positive” contano, si manifesta quando il bisogno viene soddisfatto.

Quando abbiamo la necessità di condividere e di esprimerci, solitamente proviamo gioia. 

E se siamo in connessione profonda con qualcuno o se esiste uno scambio autentico, proviamo amore. 

Così come le emozioni sono parte integrante di ogni essere umano, lo sono anche i bisogni. 

Quindi non dobbiamo spaventarci di quanto accade in noi, perché può essere che qualcosa dall’esterno, promuova in noi una reazione emotiva legata ad un bisogno. 

Esserne consapevoli ci aiuta a smettere di distribuire colpe ad altri e a realizzare che dentro potremmo avere cose non del tutto metabolizzate.

In questi meccanismi relazionali, spesso scopriamo anche che ci sono persone in grado di comprenderci profondamente, indipendentemente da ciò che diciamo. 

Sono quegli individui con un’empatia più sviluppata di altri.

Empatia ed energia: ciò che usiamo senza saperlo

C’è una linea di demarcazione estremamente sottile tra la percezione che abbiamo degli altri attraverso segnali verbali, gestuali e posturali, rispetto a ciò che riusciamo a percepire in modo più sottile. 

Solitamente chi non si trova particolarmente a suo agio a parlare di energie, la spiegazione migliore di alcune intuizioni o percezioni, deriva sicuramente da un’abilità innata nell’osservare gli altri. 

Non mi sento in alcun modo di escludere questa opportunità, perché di solito chi è sensibile, tende più facilmente a cogliere le sfumature. È però altrettanto vero, che chi è sensibile sente anche con maggior facilità le fluttuazioni energetiche che accompagnano le emozioni. 

Voglio entrare bene nel merito di questo aspetto, perché credo che ci sia poca conoscenza sull’argomento e che valga proprio la pena di approfondirlo un po’. 

Il primo punto importante riguarda la funzionalità del nostro corpo e della nostra mente. 

Entrambi, per essere funzionali e in salute, sono attraversati quotidianamente e costantemente da diverse energie.

Queste tengono in contatto diversi punti del nostro corpo, permettendo la costante circolazione di  energie sottili.

Quando tutto funziona correttamente, la circolazione è regolare, non appena qualcosa blocca il flusso corretto di energia, anche solo in una parte del nostro corpo, finiamo per accusare malesseri o disturbi di varia natura.

Oggi, è entrato e sempre di più nel nostro vocabolario il termine chakra. 

Anche se non tutti conoscono la definizione corretta di questa struttura energetica, quantomeno sanno che è qualcosa che c’è dentro di noi. 

Non è possibile parlare correttamente delle energie che circolano nel nostro corpo, senza parlare dei chakra e anche se ti stai chiedendo che cosa questi hanno a che fare con le emozioni e con le relazioni, ti chiedo di avere solo un po’ di pazienza. 

Il termine chakra deriva dal sanscrito e significa letteralmente “ruota” o “disco”.

Questa parola veniva utilizzata per descrivere qualcosa in movimento, qualcosa che gira su sé stesso, proprio come una ruota.

Nel contesto delle tradizioni orientali, in particolare nello yoga e nelle filosofie dell’India antica, i chakra vengono descritti come centri energetici presenti nel corpo umano, all’interno dei quali l’energia scorre, si trasforma e si distribuisce.

Possiamo immaginare i chakra come dei punti di connessione tra il corpo, la mente e le emozioni, nei quali avviene uno scambio continuo di informazioni ed energia.

Non sono strutture fisiche visibili, ma dimensioni sottili che influenzano:

  • il modo in cui percepiamo noi stessi;
  • il modo in cui viviamo le relazioni;
  • il modo in cui reagiamo alle esperienze.

Ti porto un esempio che conosco da molti anni e piuttosto da vicino. Nel buddhismo tibetano, la tradizione prevede che lo sviluppo del benessere psicofisico della persona graviti intorno a 5 chakra.

Questi, partendo dal basso, sono situati rispettivamente nella zona genitale (il chakra segreto) il chakra dell’ombelico, il chakra del cuore, quello della gola e per finire sulla sommità del cranio, il chakra del capo. 

Ad ognuno di questi chakra sono abbinate delle funzioni particolari del nostro corpo e delle emozioni. La loro corretta funzionalità si manifesta quando le emozioni che proviamo ci fanno stare bene.

Nella stessa tradizione, il chakra del cuore, è la sede della nostra mente. 

Posso comprendere se insorge  un po’ di perplessità, tuttavia, anche se in occidente riteniamo che la sede della nostra mente sia il cervello, ti chiedo di mantenere per un istante le tue vedute un po’ più aperte. 

In quanto sede della nostra mente, questo chakra specifico è deputato al “sentire”.

Lo so che in questo momento stai pensando che avere un orecchio in mezzo al petto non è la cosa più comoda del mondo, ma non sto parlando di quel tipo di “sentire”.

Ovviamente intendo quell’aspetto legato alle percezioni e il riconoscimento di ciò che non è fisico, ma che è comunque parte integrante delle nostre vite. 

Quando iniziamo a prestare attenzione a quella parte del nostro corpo e a lasciare che si apra quando interagiamo con gli altri, smettiamo di avere dubbi sulla posizione effettiva della nostra mente.

Ed è proprio qui, che il processo in grado di riconoscere le emozioni altrui avviene. 

Il funzionamento (per semplicità riprendo i concetti di input e output) potrebbe essere descritto in questi termini: 

Un pensiero prende forma nella nostra mente e diventa un insieme di parole di senso compiuto. 

Queste, attraverso la voce, raggiungono l’altra persona (input).

A quel punto, vengono rielaborate e comprese secondo la codifica dell’altro (output), che risponde con un altro insieme di parole.

Quando queste ci raggiungono (input), vengono a loro volta codificate da noi sulla base delle nostre esperienze.

Tutti questi movimenti, non riguardano solo le onde sonore, che comunque sono una forma di energia. 

Coinvolgono anche i nostri chakra perché promuovono l’insorgere di emozioni in modo continuo.

Le relazioni come percorso evolutivo

Con questa parte arriviamo al termine di un percorso. 

 

Nel corso dell’articolo, ho voluto seguire un sentiero ben preciso che è partito dal bisogno dell’essere umano di instaurare delle relazioni ed è arrivato al funzionamento sottile di queste attraverso le energie. 

 

Avrei visto incompleto questo cammino fatto insieme, se non avessi tirato le fila del discorso, offrendoti degli strumenti per rendere il tutto ancora più utile. 



Pur ritenendo che conoscere questi aspetti come te li ho presentati, possa già essere un buon modo per ampliare le proprie conoscenze, credo anche che se queste possono essere messe in una chiave volta alla propria evoluzione, possiamo dire davvero di aver messo la ciliegina sulla torta.

 

Per fare questo, vorrei che ripercorressimo il contrario il sentiero che ti ho appena proposto partendo proprio dalla percezione che abbiamo degli altri.

 

Cosa succede quando iniziamo ad ascoltare con il cuore? 

 

La famosa empatia, che alcuni ritengono sia ad appannaggio di pochi, può essere allenata ed utilizzata in tutte le circostanze. 

 

Questo piccolo sforzo di apertura che possiamo fare nei confronti degli altri, ma soprattutto nei nostri confronti, richiede un po’ di impegno solo all’inizio. 

Poi diventa un’abitudine e non dobbiamo più pensarci.

 

Ma quando diventa parte di noi, porta con sé importanti benefici. 



Quello che deriva da questa modalità relazionale che possiamo mantenere di default, è sicuramente una maggiore capacità di comprendere noi stessi e gli altri. 

 

Non è però l’unico beneficio, perché comprendere quali emozioni entrano in gioco durante le interazioni con gli altri, ci permette di comprendere meglio i bisogni sia nostri che loro.

 

Quando questo avviene, diventiamo capaci di far pesare sempre meno le difficoltà di codifica che derivano dalle interazioni. 

Diventiamo capaci di lasciare andare più facilmente tutto ciò che non serve, ma che può creare attrito. 

 

E risalendo ancora fino al modo in cui costruiamo le nostre dinamiche relazionali, possiamo addirittura prendere coscienza dei programmi interiori che non ci aiutano e perché no, lavorarci sopra. 

 

Questo processo può avere una degna conclusione con la piena soddisfazione del bisogno di appartenenza insito in ognuno di noi. 



Proprio perché questo bisogno è parte integrante dell’essere umano, non deve in alcun modo essere pesante. 

 

Purtroppo, a causa delle esperienze personali, delle scelte sociali e delle tendenze che ormai fanno parte della nostra vita, la diffusione dell’idea che l’importanza delle relazioni possa essere messa in discussione, è una realtà concreta.

 

Se vogliamo smettere di allontanarci da ciò che siamo, le relazioni non sono un ostacolo, ma la strada.

 

E forse, più che imparare a stare con gli altri, abbiamo bisogno di imparare a stare dentro ciò che accade quando li incontriamo.

 

Se leggendo queste parole hai riconosciuto qualcosa di tuo, sappi che è già un primo passo.

 

E se senti che vuoi comprendere più a fondo ciò che accade dentro di te nelle relazioni, possiamo farlo insieme.

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