Lamento o Cambiamento? Quando il disagio si ferma alle parole

È vero che vorremmo tutti cambiare o migliorare?

Il cambiamento personale non inizia quando ci lamentiamo, ma quando decidiamo di agire.

Qualche giorno fa, al termine di un incontro divulgativo, mi sono fermato qualche istante a scambiare due parole con alcuni dei partecipanti.

Si avvicinano a me due amiche e una di loro mi chiede delucidazioni sul lavoro che svolgo. Le spiego che l’obiettivo del mio lavoro è aiutare le persone a vivere meglio, attraverso strumenti pratici e con l’impiego delle energie sottili.

Lei guarda l’amica e le dice: “vedi, tu avresti bisogno proprio di queste cose!” 

Mentre parla, io osservo le espressioni facciali dell’altra persona. 

Poi, sempre la più intraprendente delle due, mi dice che l’altra sta attraversando un periodo di grandi difficoltà e che malgrado abbia fatto il giro del mondo alla ricerca di sé, non si è ancora trovata.

Conclude dicendomi che fortunatamente c’è lei a sostenerla. 

In tutto questo, l’amica bisognosa accenna qualche sorriso di circostanza e all’ultima affermazione si premura di dare ragione all’altra.

A quel punto, scambio una battuta di circostanza e cerco di congedarmi rapidamente. 

Cosa è successo? 

Ha rivissuto uno schema che conosco fin troppo bene. 

Innumerevoli volte, mi è capitato di trovarmi davanti persone che lamentavano le peggiori disgrazie terrestri e le prime volte che questo capitava, tentavo di offrire loro un po’ di supporto. 

In breve tempo, ho cambiato il mio comportamento, perché ho visto che non portava a nulla di utile, in quanto, non tutti desideriamo davvero cambiare.

Stiamo bene nelle nostre disgrazie

La vita, non è né semplice né complessa. Dipende esclusivamente da come decidiamo di viverla. 

Se abbiamo l’abitudine di vedere tutto ciò che ci succede come una serie interminabile di problemi, non abbiamo molte chance di apprezzarla, perché statisticamente ogni giorno può presentarsi con qualcosa che non ci piace. 

Viceversa se proviamo a vedere ciò che accade nella nostra vita come un’opportunità, l’approccio che ne risulta è quello di chi si apre a nuove esperienze ed ha la possibilità di imparare da queste. 

Quando propendiamo per la prima modalità, tendiamo ad essere così appesantiti dalle cose che ci accadono, che vorremmo sperimentarne il meno possibile. 

Nascono anche diversi tipi di superstizione. La prima in assoluto è quella che vieta di parlare di qualcosa che sta andando bene, perché così facendo, sicuramente lo perderemo.

Che va a braccetto con questa credenza, ce n’è un’altra che dice che se risolviamo un problema tollerabile, sicuramente ce ne arriverà addosso uno più grande. 

Sulla base di questi splendidi postulati, molte persone costruiscono la loro vita intorno a due, tre o quattro problemi gestibili, che non verranno mai affrontati. 

In sostanza c’è una scelta, il più delle volte inconscia, che spinge a mettere lo sporco sotto il tappeto. 

Se fosse reale la funzionalità di questa pratica, non ci sarebbe niente di male. 

La realtà, però è un’altra. Solitamente la vita ci mette davanti quelle cose da cui dobbiamo imparare, soprattutto quando legate a queste ci sono emozioni o stati emotivi dannosi. 

Inoltre ciò che nascondiamo sotto il tappeto, non è inerte, è vivo. Come tale, non rimane lì a far nulla, crea un suo habitat in cui cresce. 

E se quando l’abbiamo infilato in quello spazio, ci sembrava sufficientemente piccolo da non creare problemi, dopo qualche tempo potrebbe diventare abbastanza grande da farci inciampare. 

È chiaro che esposte così le cose, verrebbe la pena di provare a sviluppare la seconda modalità, ovvero quella che ci fa vedere gli avvenimenti quotidiani come opportunità. 

Ovviamente non è così semplice. 

C’è un’altra resistenza, che è quella legata al cambiamento. 

Hai mai sentito dire che chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa cosa lascia e non cosa trova? 

Sulla base di questa perla di saggezza, molte persone inclini ad un approccio un po’ più aperto, fanno marcia indietro. 

E se la strada nuova fosse migliore?

Personalmente, nel tempo ho sviluppato questa credenza: 

Dal momento che ogni giorno arriva con qualcosa che dobbiamo gestire tanto vale cercare di farlo imparando.

Sforzandomi qualche volta, di sostituire la parola “problema” con la parola “opportunità“, ho iniziato a vedere il mondo in modo differente.

Continuavo però ad avere intorno a me persone che, quasi con gusto, continuavano a lamentarsi.

Comprendendo che doveva esserci una qualche forma di funzionalità utile in questo comportamento, ho pensato che fosse il caso di comprenderlo meglio.

Perché il cambiamento personale richiede responsabilità

Lamentarsi fa bene

Secondo le neuroscienze, quando ci lamentiamo abitualmente, il cervello attiva circuiti di stress, coinvolgendo anche l’amigdala, che percepisce il disagio come minaccia. 

Come risultato, il cervello registra il problema come un pericolo, ma la corteccia prefrontale, legata alla pianificazione e al cambiamento, resta poco coinvolta. Così la tensione viene espressa, ma non si avvia alcun processo risolutivo.

Secondo il principio della neuroplasticità, più un circuito (una specifica sequenza) di neuroni viene utilizzato, più diventa semplice ed immediato il suo utilizzo.

Pensa ad un grosso prato incontaminato, dove giorno dopo giorno ripercorri più volte la stessa strada. 

Piano piano, diventa sempre più agevole camminare e si crea un sentiero che facilita tantissimo lo spostamento. 

Allo stesso modo, quando questi circuiti vengono attivati, non solo risultano di semplice utilizzo, ma diventano anche privilegiati (di default).

Pertanto, se possiamo scegliere tra questi e una sequenza non ancora consolidata, sicuramente propenderemo per i primi.

La lamentela produce inoltre un micro-sollievo emotivo, una sensazione di scarico della tensione e a volte anche attenzione o conferma dall’esterno.

Questo favorisce il rilascio di dopamina, che offre sollievo momentaneo e  di ossitocina, se c’è ascolto o empatia.

Così il cervello registra:

“Ho espresso il disagio → mi sento un po’ meglio”.

E quindi non sente più l’urgenza di operare cambiamenti.

Molte persone manifestano il disagio e chiedono aiuto a parole, ma quando l’aiuto implica una ristrutturazione interna, il cervello entra in allarme.

Non è incoerenza morale.

È un sistema nervoso abituato a sopravvivere e non a trasformarsi.

L’effetto del lamentarsi continuamente

Ci sono alimenti, come il cioccolatao, che producono un effetto benessere pressoché immediato. 

Nonostante questo, la maggior parte di noi è consapevole che un abuso di questi cibi, può portare a conseguenze sgradevoli per la nostra salute. 

Allo stesso modo, malgrado il beneficio momentaneo legato alle lamentele continue, gli effetti negativi che producono su corpo e mente, sono inconfutabili. 

Il mantenimento costante della modalità di lamentela continua non resta confinato alle parole. 

Col tempo diventa una postura interna che coinvolge mente, corpo e sistema nervoso, come un motore tenuto acceso al minimo che però non si spegne mai.

Ecco gli effetti principali, distinti ma intrecciati.

Effetti psicologici

  1. Cristallizzazione del senso di impotenza

La ripetizione del lamento rinforza l’idea implicita di “non poter fare nulla”. 

Questo favorisce stati di:

  • vittimismo appreso,
  • rinuncia anticipata,
  • perdita di fiducia nella propria efficacia personale.
  1. Riduzione della tolleranza alla frustrazione

Il cervello si abitua a scaricare il disagio invece di attraversarlo. 

Di conseguenza:

  • ogni difficoltà viene percepita come eccessiva,
  • cresce l’irritabilità,
  • diminuisce la resilienza emotiva.
  1. Focalizzazione selettiva sul negativo

La mente diventa addestrata a cercare ciò che non va. 

Questo altera la percezione della realtà, rendendo:

  • meno visibili le risorse,
  • più presenti i limiti,
  • più facile restare bloccati nel passato.

Effetti fisici e neurofisiologici

  1. Attivazione cronica dello stress

La lamentela continua mantiene attivo l’asse dello stress, con rilascio prolungato di cortisolo. 

Nel tempo questo può contribuire a:

  • stanchezza persistente,
  • tensioni muscolari,
  • disturbi del sonno,
  • abbassamento delle difese immunitarie.
  1. Stato di allerta del sistema nervoso

Il corpo resta in una sorta di “preoccupazione di fondo”:

  • respiro più corto,
  • rigidità fisica,
  • difficoltà nel rilassamento profondo.

Il corpo vive il disagio come se fosse sempre attuale, anche quando non lo è più.

L’effetto più sottile (e più trascurato)

La lamentela continua consuma energia senza generare trasformazione.

Si parla del problema, lo si rivive, lo si rinforza, ma non lo si attraversa.

Col tempo questo produce una sensazione interna di:

  • stanchezza esistenziale,
  • disillusione,
  • distanza da sé stessi.

Non perché il problema sia irrisolvibile, ma perché l’energia resta intrappolata nella narrazione, non nell’azione.

Una scelta difficile

Nel tempo, a causa di un riflesso culturale e sociale, ci siamo abituati a mettere la nostra attenzione prima su ciò che è negativo.

La comunicazione mediatica, impone questa come regola per creare audience. L’attrazione atavica che abbiamo per il rischio, per il pericolo e di conseguenza per tutto ciò che richiama difficoltà, cattura l’attenzione e alimenta le conversazioni.

La proporzione continua di questi schemi, comporta la costruzione di un bias cognitivo.

Una vera e propria scorciatoia per il nostro cervello, che senza pensare troppo alle conseguenze, ci porta direttamente all’obiettivo. 

In ogni circostanza, impariamo quindi ad andare subito alla ricerca di ciò che non va, di ciò che non funziona e di ciò che crea il disagio.

Deve però essere chiaro, che il nostro cervello non agisce considerando il nostro benessere, bensì il risparmio energetico. 

Come dicevo, per fare prima va dritto verso ciò che con pensieri, azioni e parole, gli abbiamo insegnato a ritenere l’importanza.

Abbiamo visto oltretutto, che ci sono dei veri e propri “benefici”  momentanei nel mantenimento dell’abitudine alla ricerca di ciò che non va ed alla conseguente lamentela.

Come esseri umani, abbiamo la tendenza a ricercare il benessere facile. 

Basta pensare al vizio del fumo o dell’alcol, il beneficio a breve termine che deriva da queste sostanze, nel medio lungo termine causa importanti danni alla salute. 

A proposito di fumo, ho fumato per circa 30 anni, tentando più volte di smettere. 

Questa prassi si è ripetuta più volte nella mia vita fino a quando, un paio d’anni fa ho deciso che non mi piaceva più fumare. 

Da quel momento, non ho più toccato una sigaretta. 

Vuoi sapere qual è stata la soddisfazione maggiore?

Non Il riscontro in termini economici, nemmeno quello legato al miglioramento della salute o l’eliminazione dell’odore poco gradevole che rimane addosso.

La soddisfazione più grande in assoluto, è arrivata dall’essere stato capace di eliminare una dipendenza! 

Non mi sono ancora liberato del tutto dal meccanismo dannoso della ricerca di ciò che non va e del lamento conseguente. Gradualmente, però, ho imparato a frenare il processo nel momento in cui mi accorgo che sta prendendo forma.

Sono lontano dalla perfezione, perché ogni tanto qualcosa scappa ancora. Credo però di essere riuscito, almeno in parte, a contenere i danni di quei pensieri che non portano nulla di buono, se non il ripetersi degli stessi schemi.

Anche la guarigione richiede cambiamento personale e responsabilità.

Ti dico questo non per spingerti a fare ciò che ho fatto io, né per indicarti una strada da seguire. 

Lo condivido solo per offrire uno spunto di riflessione nato dall’esperienza. 

Poi sarai tu, con i tuoi tempi e le tue modalità, a trovare il modo migliore per vivere meglio. 

Spesso le trasformazioni più profonde non iniziano da grandi decisioni, ma dal momento in cui smettiamo di raccontarci sempre la stessa storia.

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