Le relazioni non sono a senso unico: l’illusione che i social alimentano
Da qualche settimana sto facendo un lavoro di ricerca importante sui contenuti dei social, in modo particolare nel settore in cui lavoro.
Facendo questo, non con l’intento di passare un po’ di tempo, ma con la finalità di scorgere meccanismi e modalità sociali che mi interessano, ho finito per sviluppare una forte attenzione per i contenuti che piacciono molto e che aiutano poco.
Così, dopo aver messo insieme un po’ di idee sull’argomento, ho pensato che sarebbe stata una cosa intelligente condividerle e perché no, avere anche un parere esterno.
Quale miglior modo, se non scrivere un articolo.
Se ti fa piacere, ti invito a fare con me questo piccolo viaggio.
Partiamo con un piccolo esercizio.
Leggi con attenzione questa frase:
“Non sei consapevole dei programmi che ti guidano nelle reazioni quotidiane, per questo motivo soffri”.
Ora, leggi questa:
“Soffri perché il mondo che ti circonda non ti capisce e non ti dà ciò di cui hai bisogno”.
Fermati un attimo, fai un respiro profondo e dimmi in tutta onestà quale delle due frasi è più vera.
Adesso, prova a dirmi invece quale frase, leggendola, ti fa stare meglio.
Molto probabilmente le due risposte non coincidono.
Questo è abbastanza normale, perché il nostro ego è bisognoso di coccole e attenzioni costanti.
Come ho già detto in un altro articolo, di per sé l’ego non è né buono né cattivo. Ha una sua funzione specifica, che è quella di farci riconoscere da tutti gli altri.
È identità, è valori, è struttura interiore, ma se gli diamo troppo peso, può diventare anche orgoglio, inteso come senso di superiorità.
Purtroppo, c’è chi arbitrariamente frutta queste modalità che ci accomunano, per averne un profitto.
Le lusinghe social(i)
Non abbiamo sempre un’idea chiara e strutturata di come funzionano i social network, ma ciò che è certo, è che si evolvono nella direzione in cui evolve la società che rappresentano.
Non sono esattamente un esperto, ma qualcosa sulle dinamiche che regolano la visibilità dei contenuti, te la posso dire.
Fino a qualche anno fa, le logiche che muovevano un contenuto di valore, si basavano solo sulla quantità di pollici alzati che collezionava un post.
Gli algoritmi attuali, non considerano più solo questo, considerano anche per quanto tempo una persona rimane sul contenuto, il numero di commenti e il livello di engagement che sono in grado di generare.
Secondo queste logiche, più vado incontro alle necessità degli utenti delle varie piattaforme, più sicuramente il mio profilo, il mio canale o il mio account saranno in grado di funzionare bene e garantirmi un importante numero di followers.
Non è difficile quindi pensare che se attraverso i contenuti che pubblico, riesco a coccolare l’ego delle persone che li guardano, ho fatto centro!
E in questo ragionamento, non ci sarebbe nulla di sbagliato, se il contesto in cui pubblico non fosse legato alla spiritualità o alla crescita personale.
Che l’obiettivo sia l’avanzamento in ambito spirituale o personale, poco importa. Il punto è che se il messaggio fa sentire chi legge, nella posizione di chi è costantemente maltrattato dagli altri, tutto ciò non ha più nulla a che fare con il contesto in cui scrivo.
Il passaggio più importante, che indica la maturità di un individuo, deriva dalla presa di responsabilità delle proprie azioni.
Questo è anche la base per chiunque voglia evolvere sul piano personale o spirituale.
Una delle più importanti responsabilità che dobbiamo prenderci, è quella della nostra felicità.
Purtroppo, arrivo a darti un’altra pessima notizia. Fino a quando cerchiamo la nostra felicità fuori da noi, difficilmente riusciremo davvero ad essere felici.
Però, le coccole allego, piacciono un po’ a tutti ed è molto bello sentirci dire che noi non sbagliamo e che è sempre colpa degli altri se dobbiamo rammaricarci di qualcosa.
A questo scopo, voglio parlarti di un personaggio di un cartone animato.
La sindrome di Calimero
Sono nato a metà degli anni ‘70, per essere politicamente corretti devo dire del ‘900 e come una buona parte dei bambini di quel periodo storico, mi sono imbattuto in Calimero.
Per chi non ha di quel periodo storico, sono costretto a dire due parole su questo cartone animato, altrimenti si perde la contestualizzazione.
A differenza degli altri pulcini gialli, Calimero, nato nero, si sente spesso diverso, sfortunato e vittima delle ingiustizie del mondo. Il personaggio è diventato famoso per il suo atteggiamento lamentoso e per la frase che lo ha reso iconico: «È un’ingiustizia però!». Proprio per questo, nel linguaggio comune, parlare di “sindrome di Calimero” significa riferirsi a chi tende a percepirsi costantemente come vittima delle situazioni o degli altri.
Al di là dello stato depressivo che generava in me la vista di questo individuo ed in particolare della sua vocina, credo che indirettamente abbia influenzato l’infanzia di molte persone.
Tant’è che oggi non è così fuori luogo parlare della sua sindrome.
L’approccio alla vita di questo personaggio, che finiva per essere davvero un po’ sfortunato, era costantemente basata sulla passività e sul vittimismo.
Riesci a vedere, un neanche troppo velato simbolismo, con gli utenti che si rispecchiano nei contenuti di cui parlavo prima?
Il principio funziona piuttosto bene:
“Io sono il pulcino piccolo e nero, che tutti prendono di mira ed è bello sentirmi dire che è giusto che ce l’abbia con gli altri, perché tutto ciò che vivo è un’ingiustizia”.
Come dicevo poc’anzi, un approccio di questo genere è assolutamente passivo.
Per fortuna, la realtà, anche se più scomoda perché ci mette davanti ad una responsabilità personale, è molto differente.
Noi abbiamo la possibilità di decidere come vogliamo vivere.
No, non sto facendo la solita retorica del guru della crescita personale. Non ti sto dicendo che con quattro semplici regole puoi passare dall’essere una persona “normale” ad un multi milionario.
Ti dico però, che le relazioni e le interazioni con gli altri non sono mai in un senso solo.
Vivere il mondo non a senso unico
Se ti senti a tuo agio nel personaggio di Calimero, forse a questo punto dovrestismettere di leggere.
Se al contrario, ti piace essere protagonista della tua vita, allora continua a leggere, perché qui arriviamo al punto forte di questo articolo.
Una volta tanto, voglio ribaltare il modo in cui presento le cose.
Voglio partire ad osservare la questione dal punto di vista energetico.
Più volte, ho descritto gli esseri viventi come delle antenne in grado di ricevere e trasmettere nello stesso momento.
Siccome questa non è una prerogativa solo di alcuni soggetti, ma è una condizione comune a tutti noi, diventa logico pensare che anche solo la vicinanza con un altro individuo, può influenzare il nostro equilibrio interiore.
Seguendo questa logica, potresti dire che sto dando ragione alla teoria del vittimismo continuo.
E invece no!
Perché questo accade se e solo se finiamo per avere una scarsa consapevolezza di questi meccanismi.
Nel momento in cui comprendo la loro esistenza, posso anche decidere cosa, di ciò che arriva dagli altri, voglio fare entrare in me e cosa no.
Ora che è chiaro il principio dell’interazione e dello scambio continuo con gli altri, proviamo ad osservare la cosa sul piano materiale.
Ogni percezione, ogni emozione ed ogni stato d’animo che emerge dall’interazione con gli altri, volenti o nolenti finiamo per dimostrarlo attraverso la postura del corpo e la mimica facciale.
Questi aspetti, uniti alla percezione energetica che ognuno di noi ha dell’altro, generano costantemente un impatto su chi ci sta intorno.
Se vogliamo essere ancora più diretti, perché non parlare di ciò che diciamo.
Frequentemente, le persone con cui ci relazioniamo risvegliano in noi emozioni, ricordi e stati d’animo che attivano programmi di autodifesa.
Si tratta del principio dello specchio e ora provo a descriverlo con maggior chiarezza.
Immagina che in te ci sia un programma che dice che va bene che tutti senta inadeguato, perché qualunque cosa farai, non sarà mai abbastanza.
Immagina ora di essere con una persona, che non sapendo di questo tuo programma, sta parlando di ciò che ha notato nei dipendenti della sua azienda.
Ti racconta che questi, fanno sempre il minimo indispensabile per non essere licenziati e mai nessuno di loro prende l’iniziativa nel fare qualcosa di non richiesto.
Molto probabilmente nel sentire queste parole, il tuo programma ti farà provare un senso di ingiustizia nei confronti di ciò che è stato detto, perché ti sentirai nei panni dei dipendenti.
Ovviamente, da tutto questo emergerà un senso di ingiustizia, perché tu invece ti impegni in ciò che fai, ma nonostante questo continui a sentirti fuori posto.
Al termine della conversazione, potresti provare una certa indisposizione verso il tuo interlocutore.
Pensa a quante volte, questi meccanismi condizionano i rapporti interpersonali.
E quando l’altro sei tu?
Finora ti ho presentato le cose, come se fossi tu nella posizione di subire qualcosa da parte di qualcun altro.
Ma se fossi tu a rievocare nell’altro emozioni, stati d’animo e sensazioni non buone?
Il punto qui, non è chi sbaglia!
Il punto è che siamo tutti sulla stessa barca e valgono per tutti le stesse regole.
Prima di pensare che sia l’altro a comportarsi male nei nostri confronti, siamo certi di poter escludere una dinamica a specchio?
Se ti stai chiedendo come capire da dove arrivano le tue risposte, continua a leggere il prossimo paragrafo.
Proprio come accade per l’aspetto più materiale della nostra vita, prendersi cura di noi stessi è la strategia migliore per stare bene.
Abbiamo idee molto chiare sul fatto che se vogliamo vivere bene, è meglio non fumare, è meglio non bere troppo è meglio dormire il numero giusto di ore, è meglio mangiare cibi sani è meglio fare attività fisica e così via.
Tutte queste cose, ce le dicono i medici, gli esperti di nutrizione, i coach, gli operatori olistici e chiunque si occupi del benessere fisico.
Poi però, quando parliamo del benessere interiore, il panorama cambia.
Non ci sentiamo più dire che il nostro benessere dipende da noi, ma che dipende dagli altri.
Cosa c’è di diverso tra ciò che accade al nostro corpo, alla nostra mente o alla nostra anima?
Ti rispondo con sincerità: Nulla!
Anche nel contesto mentale e animico, le decisioni che prendiamo fanno la differenza.
E a fare la differenza più grande di tutte, c’è la decisione di conoscersi o di continuare a rimanere estranei a noi stessi.
I meccanismi di cui ti ho parlato, quelli legati ai programmi interiori, possono essere riconosciuti quando diventano visibili.
Imparare a conoscersi significa proprio questo. Scoprire che dentro di noi ci sono un certo numero di programmi, riconoscerli e sapere che giocano un ruolo nella nostra vita di tutti i giorni.
Qui non stiamo entrando nell’ambito della crescita personale o spirituale, stiamo parlando solo di come siamo fatti dentro.
Diventa poi una conseguenza inevitabile, quella di comprendere meglio anche come funzioniamo di fronte alle cose che ci succedono.
Una volta fatto questo passo iniziale, potrebbe anche essere sensato occuparci degli altri.
Mi spiego meglio. Quando comprendi come rispondi agli stimoli che ti arrivano dall’esterno, diventi capace di riconoscere la finalità reale dell’imput che parte dall’altra persona.
In poche parole, puoi capire senza difficoltà, se ciò che viene detto o fatto da qualcun altro, è o non è intenzionalmente contro di te.
Fare pace con il mondo
Contrariamente alla tendenza che accarezza il nostro ego, facendoci credere che solo gli altri sbagliano e che tutti sono contro di noi, ognuno risponde alla vita nel modo migliore in cui può farlo.
Come dicevo prima, siamo tutti sulla stessa barca e pensare di essere costantemente delle vittime, finisce per metterci gli uni contro gli altri.
Per inciso: Questo è lo stesso principio per cui nascono le guerre!
Perché invece non provare a vedere le cose in un modo differente.
In fondo, vogliamo tutti la stessa cosa. Vogliamo essere felici!
Facciamo del nostro meglio, ma purtroppo non sempre riusciamo nell’intento.
Però, essere aperti, anziché chiusi nei confronti dell’altro e consapevoli di ciò che ci accade dentro, è la strada giusta per avere dei rapporti più consapevoli.
E di solito, la consapevolezza è indice di maturità…
I social spesso ci insegnano a cercare colpevoli.
La crescita personale invece ci invita a cercare consapevolezza.
Tra queste due strade c’è una differenza enorme:
nella prima restiamo spettatori della nostra vita,
nella seconda iniziamo davvero a diventarne protagonisti.
E tu da che parte stai?
Da quella di Calimero o da quella di chi sceglie di assumersi la responsabilità della propria vita?
Sono stata per troppo tempo Calimero, ho iniziato ad assumere le mie responsabilità lavorando su me stessa e mettendomi spesso nella parte dell'”altro”. Grazie
Ciao, io non sto con Calimero ma lo ricordo con affetto non solo per la mia infanzia ma anche perché nello spot alla fine si lavava e diventava bianco..e felice!
Mi piace pensare che la trasformazione sia possibile e che attraverso un lavoro su noi stessi si riconoscano i “programmi” che ci fanno agire e avere così la possibilità di gestirli.
Grazie per la riflessione suggerita.