Benessere Mentale e Crescita Spirituale: Strategie per Stare Meglio

La tendenza più in voga: stare bene… o sembrare di stare bene?

Sono passati ormai 25 anni, ma il ricordo è ancora abbastanza chiaro. 

Avevo difficoltà a prendere sonno, mi mettevo nel letto, trovavo la posizione comoda, sentivo il mio corpo diventare pesante, piano piano i sensi si offuscavano e partiva un loop di pensieri che non mi abbandonava per circa un’ora. Poi, finalmente, riuscivo ad addormentarmi. 

Parlai di questa cosa con la fisiatra che all’epoca mi seguiva. Le spiegai la situazione, dicendole che non era tanto la difficoltà di addormentarmi che mi creava problemi, quanto quella prima ora nel letto che rendeva meno ristoratore il sonno di tutta la notte. 

Lei mi chiese se avessi mai pensato di aiutarmi con un farmaco e quando le risposi di no, ma che non sarebbe stato un problema, mi propose delle gocce da prendere mezz’ora prima di andare a dormire.

Mi fece la ricetta e con questa tornai a casa con l’idea di procurarmi il farmaco e di provarlo al più presto.

La sera stessa, feci la prima esperienza.

30 minuti prima di mettermi a letto, presi le gocce nel numero consigliato, mi preparai e nel tempo previsto mi infilai sotto le coperte. 

Mi accorsi già un po’ prima della scadenza del 30 minuti, di provare una lieve sensazione di pesantezza e di leggera perdita di lucidità. Il tutto però, era quasi gradevole! 

Inutile dire che ci vuole giusto il tempo di coricarmi e prendere posizione per ritrovarmi alla mattina del giorno dopo. Fu una sorta di perdita di coscienza, quasi una disconnessione. 

Non mi capitava di addormentarmi così rapidamente e di dormire così profondamente, probabilmente da quando ero bambino. 

Al risveglio, tolti i primi tre minuti in cui mi sentivo piuttosto ovattato, sentii gli effetti del riposo rigenerante. 

Quel rimedio aveva funzionato a meraviglia. Decisi quindi che per un po’ l’avrei utilizzato quotidianamente.

Quel un po’ durò per quasi 2 anni. Fino a quando una sera non feci un’esperienza che mi fece cambiare rapidamente prospettiva.

Per una serie di concomitanze, non ebbi modo di procurarmi il farmaco, ma ero convinto che non sarebbe stato un problema.

Purtroppo, non fu assolutamente così. Non so dire se fu la rottura della routine o lo sviluppo di una discreta dipendenza dal farmaco, ma quella notte fu decisamente peggiore di quelle in cui impiegavo un’ora ad addormentarmi.

La sensazione fu così orribile, da spingermi ad eliminare il più rapidamente possibile l’abitudine del farmaco e a trovare un’altra soluzione.

Cominciai quindi a chiedermi quale fosse la ragione per cui faticavo a prendere sonno. Compresi abbastanza rapidamente che il motivo non era la presenza di pensieri, bensì la qualità di questi e la rapidità con cui si davano il cambio nella mia mente.

Capii che non ero capace di gestire il carico della giornata, controllando i pensieri, che continuavano a vagare liberi come una mandria di cavalli al pascolo. 

Mi fu subito chiaro che il farmaco mi aveva semplicemente messo nella condizione di spegnere la percezione dei pensieri, ma non sicuramente di averne il controllo. 

Avevo iniziato da qualche tempo un importante percorso di rivoluzione interiore, che mi aveva portato a conoscere e praticare alcune tecniche di meditazione, pensai quindi che potessero essere la soluzione al problema.

La sera successiva a quella dell’esperienza negativa, mi misi subito all’opera.

Mi proposi qualche esercizio di respirazione e quando riuscì a calmare la mente, le regalai un bel pensiero a cui aggrapparsi.

Funzionò a meraviglia: mi addormentai non solo quella sera, ma anche nelle successive.

Inutile dire che a quel punto le gocce non mi servivano più. 

Quando si è presentato il problema della difficoltà a prendere sonno, la mia attenzione si è focalizzata sul sintomo. 

Dovevo eliminare il fastidio per riuscire ad avere un buon sonno, il più rapidamente possibile. 

Dopo circa due anni di eliminazione del fastidio con delle semplici gocce, in realtà, non avevo risolto nulla. La mancanza di quel “rimedio”, aveva creato una condizione più brutta di quella di partenza. 

Avevo abbattuto il sintomo, ma non avevo fatto nulla nei confronti della causa.

Questo atteggiamento, finisce per essere quello che abbiamo con qualunque problema ci assilli.

Ciò che conta è eliminare il fastidio, possibilmente faticando poco o addirittura per nulla. 

Per esperienza personale, posso dire che può essere tutto sommato semplice mettere a tacere i sintomi con rimedi che non richiedono particolare impegno. In questo modo però c’è il rischio di continuare a mettere a tacere il sintomo, mettendo da parte la ricerca e la risoluzione della causa.

Dall’episodio che ti ho raccontato, è trascorso parecchio tempo. E se all’inizio ho fatto un po’ di fatica a costruire i processi giusti per gestire i miei pensieri, poi è diventato sempre più semplice.

Oggi riesco a sfruttare la capacità che ho acquisito, nelle situazioni in cui ho la sensazione di essere sopraffatto.

Ma cosa più importante, questo processo mi ha permesso di imparare a monitorare le mie emozioni in tempo reale.

Questa esperienza, oltre a portarmi un guadagno importante, mi ha insegnato anche ad andare alla ricerca del vero benessere.

Cosa significa stare bene davvero

Non è facile dare una definizione universale di che cosa significhi stare bene davvero. Ci sono così tante differenze tra gli individui, che ognuno potrebbe avere una propria visione con un importante carico di verità a sostenerla. 

Voglio comunque provare a trovare una definizione che possa accontentare la maggior parte delle persone. 

Partiamo da una premessa: 

Non credo che stare bene davvero significhi non avere nulla che non va. 

Innanzitutto perché è impossibile che questo accada, secondariamente perché penso che il benessere nasca non dall’assenza di malessere ma da come questo viene affrontato. 

Per essere più chiaro, quelle che definiamo situazioni non gradevoli, sono pochi i contesti in cui non riusciamo ad imparare di più. 

Ecco che stare bene davvero, significa essere in grado di apprendere da quelle situazioni, eliminando la sofferenza che ne deriva. 

In tutto questo, il fattore determinante è il tempo. 

In base alle scelte che faccio, per quanto tempo riesco a stare bene?

E finché siamo nell’ordine di minuti, ore o tutt’al più un giorno o due, questo può indicare che stiamo spegnendo il sintomo e non stiamo lavorando sulla causa.

Credo quindi che stare bene davvero significhi, affrontare ciò che sta creando difficoltà ricercandone la causa e risolvere quella, affinché non possa più darci fastidio. 

“Ascoltati che il cielo ti ascolta”

Il detto più diffuso, era un po’ diverso. Diceva: “Aiutati, che il cielo ti aiuta”.

Credo però, che per poterci aiutare, prima dobbiamo sapere dove vogliamo andare.

È un po’ Come avere l’opportunità di salire in automobile, avere il pieno, avere la capacità di guidarla, ma non sapere dove andare. 

All’inizio magari può sembrare divertente, ma dopo un po’ diventa un processo abbastanza inutile. 

Di fatto, ascoltarsi è stabilire una direzione, una meta. 

Quando impariamo a farlo con regolarità, aumenta di molto la conoscenza che abbiamo di noi, ma anche la capacità di leggere i segnali che arrivano direttamente da dentro. 

Dall’ascolto attivo nei nostri confronti è possibile arrivare ad una più alta comprensione di ciò che ci succede. 

La sequenza, tendenzialmente è questa: 

  1. Arriva uno stimolo dall’esterno;
  2. In risposta a questo, compare un’emozione;
  3. L’emozione ci porta ad una reazione (verbale o fisica);
  4. Sperimentiamo la risposta alla nostra reazione.
 

Se prendessimo in considerazione l’apprendimento, i punti in questione sarebbero di più, ma in questo caso siamo focalizzati sul sentire, perciò questi bastano. 

È inutile dire che di solito questo processo avviene senza filtri particolari, focalizzandoci quasi totalmente sul punto 1 e sul punto 3. Il punto 4, diventa una conseguenza, sulla quale abbiamo la sensazione di non avere il controllo. 

Proviamo a rivedere lo stesso schema, con qualche piccola variazione; 

  1. Arriva uno stimolo dall’esterno;
    MI ASCOLTO
  2. In risposta a questo, compare un’emozione;
    MI ASCOLTO
  3. L’emozione ci porta ad una reazione (verbale o fisica);
    MI ASCOLTO
  4. Sperimentiamo la risposta alla nostra reazione.
    MI ASCOLTO


Ogni volta che riesco ad inserire una pausa di ascolto tra una fase e l’altra del processo, sto aumentando non solo la consapevolezza per ciò che sta accadendo, ma mi sto aprendo anche all’opportunità di intervenire. 

Quest’ultima è fondamentale, perché è la parte in cui possiamo scegliere la strada da percorrere. 

E, al di là di quelle che possono essere le tue credenze, sono convinto che dall’alto ci arrivino importanti aiuti, quando decidiamo di percorrere la strada migliore. 

Tutto questo, ci porta inevitabilmente verso l’introspezione…

Smetti di cercare fuori quello che devi cercare dentro

All’inizio dell’articolo, ti ho raccontato di come la mia ricerca del benessere è stata proiettata con estrema facilità verso l’esterno. 

Non mi sono quasi per nulla ascoltato, sicuramente anche perché non avevo sviluppato le giuste capacità per poterlo fare e quando mi è stata proposta una soluzione facile e immediata, non mi sono tirato indietro.

Questo succede in tantissime situazioni che viviamo quotidianamente. 

La ricerca di qualcosa che ci faccia stare bene subito, anche se non per molto tempo, è preferibile ad una forma di benessere più duraturo, ma che impiega un po’ a  palesare la sua efficacia.

Molto shopping e anche qualche cena o aperitivo con amici, rientrano in questa categoria di risposte. 

Attenzione, non sto demonizzando lo shopping e le uscite con gli amici, sto solo mettendo attenzione, sulla motivazione che li determina.

Possiamo tranquillamente uscire con gli amici o andare a comprare qualcosa, a patto che questo non sia un meccanismo mirato a mettere a tacere il sintomo del nostro malessere. 

Quando si percorre per un po’ questa direzione, diventa estremamente facile sviluppare chiarezza intorno alle scelte che facciamo. 

A quel punto, possiamo anche accettare di non aver voglia di affrontare qualcosa in quel momento e di scegliere un sollievo temporaneo, con la consapevolezza che a breve dovremmo riprendere in mano la questione. 

Credo che in tutto questo, l’aspetto più bello ed energeticamente significativo consista proprio nella capacità di prendere decisioni consapevoli e non legate semplicemente ad una facile, sia pur temporanea soluzione.

Per stare bene serve riallinearsi

E così, senza grande fatica, siamo arrivati al punto della situazione, quasi senza accorgercene.

 

Passando dal sintomo alla causa, dall’automatismo alla consapevolezza e dalla ricerca esteriore a quella interiore, ci siamo già riallineati. 



La nostra natura, non è una natura di sofferenza. Tant’è che facciamo il possibile per evitarla, ma a volte, quelle che facciamo non sono le scelte migliori. 

 

Di fatto, riallinearsi significa questo. Ricreare le condizioni per affrontare con serenità ciò che ci crea difficoltà.



Ci dimentichiamo fin troppo frequentemente, che dentro di noi c’è un individuo estremamente saggio, capace di direzionarci concretamente. 

Noi però, siamo bravissimi a metterlo a tacere, perché preferiamo le soluzioni a basso impegno.

 

Nel processo di riallineamento, il primo passo è proprio l’ascolto di noi stessi. 

Lasciare che quella voce saggia, possa finalmente parlare.



Il riallineamento non è un atto solitario. A volte serve uno spazio guidato. 

 

Qualora sentissi la necessità di un aiuto per creare il tuo, scrivimi.

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