Il cane come specchio dell’essere umano
Quello che il nostro cane può insegnarci su noi stessi
Se fai per anni un lavoro che ti piace e soprattutto, se lo fai con consapevolezza, scopri che più lavori in quell’ambito, più la profondità nei confronti delle cose che vedi, che acquisisci e che anche tu stesso puoi fare aumenta.
Questo è quello che è accaduto a me con il lavoro sul recupero comportamentale dei cani. Ho iniziato sentendomi un po’ il paladino di chi non aveva la parola, per poi capire che in realtà, chi non aveva la parola aveva molte più opportunità di insegnarci qualcosa di quante non ne avessi mai potute immaginare.
Il mio cane ha un problema
Ho sentito davvero tantissime volte questa frase e tutte le volte sono partito dal presupposto di poter dare voce all’animale e mettere il proprietario nelle condizioni di capire che ciò che si manifestava forse era dovuto a un’incomprensione.
Col passare degli anni ho capito invece che non era solo un’incomprensione: il problema del cane metteva in luce una “debolezza” del proprietario.
I cani aggressivi, per esempio, avevano quasi tutti proprietari con difficoltà di relazione nei confronti delle persone poco conosciute o nei confronti dell’essere umano in genere. Non che fossero per forza bellicosi, violenti o a loro volta aggressivi, ma c’era qualcosa dentro di loro che li portava spesso ad avere un atteggiamento di chiusura verso gli altri.
I cani timorosi avevano spesso proprietari timorosi. Per non parlare poi dei cani ansiosi, perché anche in questo caso la controparte humana non mancava di questa caratteristica.
Ecco che quello che sembra essere un problema dell’animale mostra invece che dietro c’è qualcosa che non funziona molto nell’essere umano che lo accompagna. Non voglio dire di non aver mai trovato cani con dei disagi specifici, ma molto spesso questi hanno comunque una stretta correlazione con la tipologia del proprietario.
Vale a dire che se una persona prende un cane in canile — quindi un cane già con un trascorso — ha la tendenza a cercare o a scegliere un animale con caratteristiche che si sposano bene con la sua modalità di affrontare la vita.
Non è una scelta consapevole, ma una sorta di richiamo d’affinità: portiamo a casa lo specchio esatto della nostra energia e del nostro modo di stare al mondo.
I cambiamenti inconsapevoli
Nei processi di rieducazione si vanno ad applicare dei nuovi schemi di comportamento che andranno poi a soppiantare quelli disfunzionali. In tutto questo, il proprietario ha un ruolo estremamente determinante, perché permette che il percorso abbia uno svolgimento quotidiano, applicandosi affinché le nuove strutture diventino parte integrante della vita del cane.
Quello che succede inconsapevolmente è che, per ottenere dei risultati, anche il proprietario deve mettersi in gioco. E nel mettersi in gioco, anche se non è del tutto consapevole, va a modificare il suo stesso approccio.
Questo processo porta a una trasformazione che si riflette sulla vita dell’umano:
- Una persona che prima cambiava strada quando incontrava una situazione difficile può imparare a fermarsi, osservare, respirare e scegliere come reagire.
- Una persona abituata a controllare tutto può imparare a lasciare spazio.
- Una persona che viveva la paura come qualcosa da evitare può scoprire di poterla attraversare.
In sostanza, per l’amore che prova nei confronti del suo animale, la persona mette in moto una rivoluzione che la rende di fatto migliore e con risorse in più, senza che nemmeno se ne renda conto.
L’importanza di tutto questo risiede nel comprendere quanto sia fondamentale smettere di guardare il problema del cane come qualcosa che riguarda solo lui, per cominciare invece a vedere la relazione, che riguarda inevitabilmente entrambi.
Cambio di prospettiva
Quando assisti per tanti anni a queste dinamiche, non puoi fare a meno di riconoscerle appena le vedi. Ogni volta che ti trovi davanti a un problema canino, sai per certo che stai andando a lavorare in realtà con il vissuto dell’essere umano che lo sta gestendo.
Ci sono occasioni in cui non è bene far presente subito al proprietario questa verità, perché potrebbe non essere pronto ad accettarla e finirebbe per rifiutare il lavoro con il proprio animale. Ma nel caso in cui ci sia consapevolezza sufficiente, si può parlare chiaramente, e questo rende il percorso ancora più bello. Quando anche il proprietario comprende di dover andare incontro a un cambiamento, tutto cambia davvero.
Se dovessi trovare una logica dietro al lavoro che svolgo da quasi trent’anni, mi verrebbe da dire che i cani siano maestri silenziosi messi al nostro fianco per far emergere le dinamiche dannose presenti in ognuno di noi.
Se penso alla mia esperienza con Ebros, che è stato il mio primo cane “ufficiale”, la difficoltà iniziale di gestire un cane bellicoso dipendeva da un mio preciso atteggiamento nei confronti del mondo.
C’è stato un periodo in cui la disabilità mi ha messo davanti a difficoltà non semplici da gestire, tali da non rendermi particolarmente ben disposto nei confronti degli altri. C’era una parte di me che vedeva gli altri come più fortunati, come persone a cui la vita aveva regalato qualcosa che a me era stato tolto.
Se oggi ho chiaro questo meccanismo, devo dire grazie al mio cane che è riuscito a metterlo in luce. Con i suoi comportamenti da sbruffone, da cane che doveva litigare con chiunque, mi ha offerto un’occasione unica. Per risolvere il suo problema, io ho dovuto immergermi in una realtà che non mi piaceva.
Il rapporto con gli altri — le cose che oggi paradossalmente amo — è nato da lui, perché mi ha costretto a relazionarmi con le persone in un modo totalmente diverso. Mi ha costretto a gestirlo attraverso le mie difficoltà e le mie paure. E questo non solo mi ha portato a diventare una persona migliore, ma mi ha spinto addirittura a fare il lavoro che faccio oggi.
Il percorso fatto con Ebros mi ha trasformato così tanto da comprendere innanzitutto che non provo più rabbia nei confronti degli altri, e in secondo luogo mi ha dato l’opportunità di utilizzare ciò che ho imparato per migliorare la vita di altre persone.
La specchio del subconscio e la forza dell'amore
Chiunque nel tempo abbia sviluppato un po’ di consapevolezza può comprendere che ogni relazione è in realtà un’occasione di crescita: spesso, quando vediamo negli altri qualcosa che ci infastidisce, entriamo semplicemente in contatto con il nostro subconscio. Diventiamo così capaci di riconoscere che ci sono in noi dei programmi poco funzionali e, da lì, possiamo decidere di cambiarli.
La vera differenza che passa nel percorso con l’animale è che, in questo tipo di rapporto che non consideriamo “tra pari”, tendiamo a concedere molto più spazio al nostro interlocutore a quattro zampe. Riteniamo di doverlo proteggere, di doverlo aiutare, ma soprattutto vogliamo dimostrare di essere degli ottimi proprietari.
Ma il vero motore trainante di tutto resta l‘amore che sviluppiamo nei suoi confronti.
Mettendo insieme la volontà di proteggerlo e l’amore che proviamo per lui, diventa molto più facile mettersi davvero in gioco — soprattutto perché dall’altra parte non abbiamo un giudice, ma un individuo totalmente privo di giudizio, pronto ad accompagnarci nel nostro cambiamento.
Bellissimo articolo,condivido la tua riflessione,sono convinta che la loro presenza nella nostra vita sia una opportunità evolutiva per il nostro cammino ,come dici hanno la capacità di mostrarci dove mettere l attenzione .
Per quanto mi riguarda più volte hanno messo alla prova le mie certezze aiutandomi a migliorare la fiducia in me stessa!
Bellissimo articolo,condivido il tuo pensiero e grazie alla mia esperienza con i cani, ho maturato molta più consapevolezza di me stessa e in relazione alle dinamiche con le altre persone perché attraverso la relazione d aiuto che si istaura durante un percorso educativo c’è sempre una crescita reciproca e spesso il cane è il protagonista ma al tempo stesso strumento evolutivo per quelli che colgono l occasione .
Non ho ancora fatto pace con il dolore per la loro perdita e forse è questo attaccamento che devo superare!