Rispetto, Prepotenza e Sovranità Emotiva: l’utilizzo errato dell’autoaffermazione

Un ambiente anomalo, quasi onirico, e l’essere riportato pochi minuti dopo a una realtà che ricordavo fin troppo bene, mi hanno spinto a una riflessione profonda sui rapporti umani.

Cerchiamo di fare il possibile per costruire una società migliore, promuovendo la tolleranza, l’inclusione e la libertà di esprimere chi siamo. Eppure, osservando i comportamenti quotidiani, viene spontaneo chiedersi se non stiamo interpretando questi valori in modo superficiale, finendo per ottenere l’esatto contrario di ciò che desideriamo.

L’isola felice

Mia moglie e mia figlia hanno abitudini alimentari diverse dalle mie, soprattutto per quanto riguarda la colazione. Avendo un metabolismo che mi permette di concedermi qualche caloria in più senza ripercussioni, ho deciso di occuparmi personalmente di acquistare la mia colazione, evitando di riempire la dispensa di casa con cibi che loro preferiscono evitare.

Non amando i grandi centri commerciali caotici, sono andato alla ricerca di un punto vendita più raccolto. È così che ho scoperto un piccolo supermercato della catena IN’S, dove ho trovato un ambiente del tutto controcorrente.

Chiunque lavori alle casse è gentile e sorridente. Nella maggior parte dei casi, mentre il cassiere passa gli articoli al lettore ottico, li ripone direttamente nel mio sacchetto. Ma la cosa straordinaria è che anche i clienti mostrano una predisposizione diversa: si aiutano a vicenda e, se qualcuno nota chi ha solo un paio di prodotti nel carrello, lo invita spontaneamente a passare avanti.

La prima volta pensavo fosse un caso. Con le spese successive ho capito che si trattava di una consuetudine. La gentilezza, in quell’ambiente, è visibilmente contagiosa.

Il viaggio nella giungla quotidiana

Come spesso accade, i momenti di armonia lasciano presto il posto a realtà ben diverse.

Mi è bastato salire in auto e uscire dal parcheggio per ritrovarmi immerso in una sorta di inferno urbano. Pedoni che attraversano senza guardare, ciclisti, scooteristi e automobilisti pronti a ignorare stop e precedenze pur di accaparrarsi un metro di strada.

Tutto sembra ruotare attorno alla necessità di dimostrare che il proprio spazio debba essere conquistato, marcato e difeso con l’aggressività. Un atteggiamento spesso amplificato dalla stazza del mezzo che si guida: più l’auto è grande, più ci si sente legittimati a non farsi mettere in discussione.

So bene che questi stereotipi esistono da decenni. Tuttavia, ciò che sta emergendo con sempre più forza è l’idea malata che per contare nel mondo sia necessario mostrarsi arroganti e prevaricatori.

L’illusione della forza: l'autoaffermazione e la lezione della cinofilia

Quando osservo questi comportamenti, non posso fare a meno di confrontarli con la psicologia animale e con il mondo dei cani, una prospettiva che conosco da vicino.

Per un cane è naturale difendere il territorio o mostrare forza: ci sono millenni di evoluzione dietro i suoi meccanismi d’istinto. Tuttavia, c’è un dettaglio fondamentale: in ambito cinofilo esistono oltre venti tipologie di aggressività e, tolta quella predatoria, tutte le altre hanno come motore primario la paura (paura di perdere una risorsa, di sentire dolore, di perdere il proprio status).

Ma la paura non è forza. Un individuo davvero forte è sicuro di sé, sa gestire la complessità e si fa rispettare senza aver bisogno di incutere timore. Nessun cane davvero equilibrato e sicuro del proprio valore sente il bisogno di ringhiare o mostrare aggressività senza motivo.

Se questo vale per gli animali, da noi esseri umani dovremmo aspettarci molto di più.

È qui che nasce l’equivoco culturale più grande del nostro tempo: abbiamo confuso l’autoaffermazione con l’autoimposizione.

  • L’autoaffermazione nasce da un percorso interiore e porta gli altri a riconoscerci in modo naturale.

  • L’autoimposizione pretende quel riconoscimento con la forza, senza che vi sia alcun valore reale alla base.

 

La vera forza e la Sovranità Emotiva

A uno sguardo superficiale, chi strilla, punta i piedi e si impone sembra ottenere ciò che vuole. Se ci fermiamo alla superficie, l’arroganza appare come una strategia funzionale. Il problema è che la superficie mostra solo il vantaggio immediato, nascondendo il prezzo altissimo che si paga nel tempo.

L’essere umano possiede la consapevolezza di sé. E se proviamo a guardare sotto la superficie, la paura di finire “sotto” gli altri svanisce. È qui che la gentilezza diventa la nostra vera leva di liberazione.

Hai mai provato a compiere un gesto gentile in modo disinteressato? Come ti sei sentito dopo?

Quando regali un gesto di attenzione a qualcuno, ti metti spontaneamente in una posizione di abbondanza interiore: stai offrendo qualcosa perché hai valore da condividere. Quando ti imponi con la prepotenza, fai l’opposto: cerchi di strappare valore agli altri perché dentro ti senti vuoto.

Conoscere e governare il proprio mondo interiore è ciò che ci rende davvero umani. Ed è proprio attraverso il rispetto e la gentilezza che manifestiamo la nostra sovranità emotiva.

Riconoscere l'altro senza perdere se stessi

Si dice spesso che “La mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro”. Se andiamo oltre lo slogan e applichiamo questo principio alla vita di tutti i giorni, scopriamo che riconoscere il valore di chi ci circonda non ci priva di nulla.

Rispettare gli altri non significa sottomettersi o annullarsi. Al contrario, è la dimostrazione più matura e potente di chi siamo e della nostra reale forza come esseri umani.

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