Crescita personale: perché cerchi le chiavi quando la porta è già aperta
Le resistenze invisibili e i programmi interiori che bloccano la crescita personale e spirituale
Ieri ho sentito un amico che non chiamavo da un anno e mezzo.
E in pochi minuti è successo qualcosa di curioso: era come se il tempo non fosse mai passato.
La conversazione è stata subito fluida, leggera, piena di battute… ma capace di scivolare naturalmente anche su temi più profondi.
Ad un certo punto mi racconta di aver attraversato un periodo complesso.
Uno di quei momenti che, in qualche modo, ti costringono a fermarti e a guardarti dentro.
Mi dice che ha iniziato a meditare.
Che lo sta facendo da autodidatta.
E che comincia a percepire i primi effetti.
La cosa mi ha fatto sinceramente piacere.
Perché è un ambito che sento vicino… e perché conosco il valore che può avere un percorso del genere.
Poi arriva il passaggio interessante.
Mi dice che fa fatica a mantenere costanza.
Che, nonostante i benefici, qualcosa lo riporta indietro.
Gli suggerisco qualche risorsa, mi rendo disponibile ad aiutarlo… e ci salutiamo con una sensazione davvero piacevole.
Ma, una volta chiusa la chiamata, mi resta una riflessione chiara.
Non è l’accesso il problema.
È tutto ciò che, dentro di noi, ci allontana proprio mentre iniziamo ad aprire quella porta.
La cecità nella crescita personale
Sempre più persone, esattamente come il mio amico, sono alla ricerca di strumenti per la crescita personale e per accedere al proprio spazio interiore.
La sensazione che ho, quando osservo e a volte mi confronto con queste persone, è sempre la stessa.
Potrei descriverla in due modi.
Una porta già aperta… ma percepita come chiusa.
Una sete immensa… con un bicchiere d’acqua fresca appoggiato sul tavolo, proprio davanti.
YouTube, una fonte inesauribile di contenuti, insieme a una vasta gamma di App, offre oggi moltissime modalità per entrare in contatto con noi stessi.
E allora perché non attraversiamo quella soglia?
Perché non prendiamo quel bicchiere d’acqua?
A un certo punto, sembra che il problema non sia più non sapere cosa fare…
ma qualcosa che blocca l’accesso.
Cos’è, quindi, che ci rende ciechi davanti a qualcosa di così semplice?
Credo che, prima di tutto, ci sia una credenza molto diffusa.
Guardarsi dentro, fare introspezione, esplorare il proprio spazio interiore…
deve essere per forza un percorso complesso.
Qualcosa per pochi, per “eletti”.
E se da un lato può esserci una parte di verità, tra poco vedremo perché…
resta comunque un’opportunità concreta e accessibile per ognuno di noi.
Ogni individuo che vive in questo periodo storico ha già attraversato molte esperienze.
E qui è importante chiarire un punto.
L’esistenza è una.
Le vite, invece, sono molte.
L’esistenza è quella dell’anima.
Le vite sono le esperienze che l’anima attraversa, in diversi momenti e contesti storici. E, le anime non hanno tutte la stessa età.
È fondamentale non confondere questi due livelli.
Perché è proprio attraverso questa distinzione che possiamo comprendere ciò che accade dentro di noi.
Ognuno di noi, in base alle esperienze accumulate nel corso delle proprie vite, si trova in uno stadio evolutivo differente… anche se condividiamo lo stesso tempo e lo stesso mondo.
Questo crea differenze profonde nel modo in cui percepiamo, reagiamo e ci relazioniamo con noi stessi.
Ma queste differenze non escludono nessuno.
La consapevolezza di sé può emergere nella vita di ogni individuo…
con profondità diverse, certo… ma è comunque accessibile.
Ed è già disponibile.
Indipendentemente dal livello di evoluzione spirituale.
Sì, hai capito bene.
Non serve essere privilegiati.
In qualsiasi momento, ognuno di noi può iniziare ad accedere a se stesso…
con il proprio grado di consapevolezza.
E allora qual è la chiave?
Potrei dirti: la volontà.
E, in parte, è vero.
Immagino già cosa potresti pensare:
“Ma io ci provo. La volontà ce l’ho.”
Ed è vero anche questo.
Ma la volontà, da sola, non basta.
Perché esistono altri aspetti che frenano, deviano… e a volte bloccano completamente il processo.
Proviamo a guardarli insieme.
Programmi interiori, resistenze e paure
Anche se può sembrare controintuitivo, tutto ha origine dal nostro sistema di difesa.
Ti invito a considerarlo non come un nemico…
ma come qualcosa che, in origine, ha cercato di proteggerci.
Tutte le esperienze che abbiamo vissuto, nel tempo, hanno lasciato tracce.
Come archivi compressi, pieni di informazioni.
Da queste tracce nascono dei programmi interiori…
schemi che ancora oggi influenzano il nostro modo di percepire e reagire.
Provo a semplificare con un esempio.
Immagina che, in un’altra fase della tua esistenza, tu abbia vissuto esperienze tali da associare le persone con gli occhi azzurri a qualcosa di pericoloso.
Cosa accade oggi?
Ogni volta che incontri qualcuno con quella caratteristica, senti disagio.
Ti chiudi.
Ti proteggi.
Non perché sia oggettivamente vero…
ma perché, per una parte di te, lo è stato.
E se, per un momento, immaginiamo che quel programma si sia formato durante un periodo storico difficile, come la seconda guerra mondiale…
Allora quel meccanismo aveva senso.
Ti proteggeva davvero.
Oggi però, quella realtà non esiste più.
Eppure il programma continua ad agire.
Le persone con gli occhi azzurri non sono né più né meno affidabili delle altre…
ma il tuo sistema continua a reagire come se il pericolo fosse ancora presente.
Questo esempio è volutamente semplice.
Ma il meccanismo è lo stesso.
Ora portalo su un altro piano.
Se, nel tempo, ogni tentativo di guardarti dentro ti ha esposto a disagio, paura o dolore…
Il tuo sistema registrerà quell’esperienza.
E farà di tutto per evitarti di tornarci.
E questa è solo una delle dinamiche.
C’è poi un altro aspetto, ancora più radicato.
Siamo esseri profondamente abitudinari.
Perché è nelle abitudini che costruiamo la nostra sicurezza.
Ho compreso davvero questo meccanismo osservando mia figlia da piccola.
Guardava gli stessi contenuti più e più volte.
Quando chiesi spiegazioni alla sua insegnante, la risposta fu illuminante.
I bambini hanno bisogno di ripetere…
per sapere cosa accadrà.
Per sentirsi al sicuro.
E, in fondo, non è così diverso per noi.
Ogni volta che proviamo a guardarci dentro, esiste la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace.
E questo può portarci verso il cambiamento.
Ed è proprio lì che nasce l’instabilità.
A questo si aggiunge un altro elemento.
L’identità.
Ognuno di noi costruisce un’immagine di sé.
Fatta di qualità, limiti, storie, etichette.
Anche se non sempre corrisponde a come gli altri ci vedono…
per noi è reale.
È il nostro punto di riferimento.
Ma il cambiamento mette tutto questo in discussione.
E una parte di noi teme di perdere ciò che ha costruito.
Tutti questi aspetti generano un conflitto interno.
Una tensione silenziosa.
Che, molto spesso, ci impedisce di attraversare quella soglia.
Desiderio vs sistema di difesa
Una parte di noi vuole evolvere.
Un’altra, invece, cerca di rimanere al sicuro.
Nasce così un conflitto interiore.
Funziona un po’ come il freno a mano di un’auto.
Puoi premere l’acceleratore quanto vuoi…
ma se non lo togli, rimani esattamente dove sei.
Osservando questo processo, potremmo pensare che ci sia qualcosa che non funziona.
Da un lato il desiderio di conoscerci, di esplorarci.
Dall’altro quella sensazione di sicurezza che deriva dal non dover cambiare.
Eppure, in tutto questo, non c’è nulla di sbagliato.
Il conflitto tra queste due spinte è naturale.
Ed è proprio ciò che, se osservato, può portarci verso una maggiore consapevolezza.
Anche quando non ce ne accorgiamo, dentro di noi esiste un desiderio profondo di chiarezza.
Vogliamo comprendere.
Perché siamo curiosi, sì…
ma anche perché ciò che accade dentro di noi ci appartiene.
E qualcosa che sentiamo così nostro… difficilmente possiamo accettarlo come sconosciuto.
Ed è proprio qui che accade qualcosa di interessante.
Nonostante le resistenze, nonostante i programmi interiori…
continuiamo comunque a fare piccoli passi.
Tentativi.
Avvicinamenti.
Aperture.
Verso una conoscenza più ampia di noi stessi.
A questo punto può emergere una domanda.
Come si fa ad abbandonare qualcosa che ci fa sentire al sicuro…
per andare incontro a qualcosa di sconosciuto?
Il primo passo è semplice, ma non sempre facile.
Riconoscere che i programmi che portiamo con noi,
in alcuni casi non sono più funzionali.
Perché, invece di proteggerci…
iniziano a limitarci.
Programmi ed Evoluzione
C’è un processo importante che, quando mi è stato mostrato, non mi è piaciuto per niente.
Eppure è lo stesso processo che crea le condizioni per un reale avanzamento.
Mi viene in mente la medicina che ha un sapore sgradevole… ma che fa bene.
Non siamo capaci di esplorarci davvero quando tutto va bene.
Conosco poche persone in grado di vivere un momento positivo della propria vita e chiedersi:
“Perché sta funzionando?”
Anche perché, per come siamo abituati a ragionare, spesso con una leggera vena di scaramanzia… sembra quasi che porsi questa domanda possa portare sfortuna.
Così, quando le cose vanno bene, tendiamo ad andare avanti senza indagare troppo.
Ed è proprio qui che, spesso, perdiamo un’occasione preziosa.
Chiederci perché qualcosa funziona è uno dei modi più efficaci per imparare… senza dover passare da esperienze che potrebbero essere più difficili.
Ma, dal momento che in pochi sviluppano questa attitudine, accade qualcosa di diverso.
Per portare la nostra attenzione dove serve… nasce un conflitto.
Può suonare duro, ma è così.
Serve qualcosa che, in qualche modo, ci faccia stare male…
perché il desiderio di cambiare superi il bisogno di rimanere al sicuro.
È questo il senso dei momenti di rottura.
Delle difficoltà.
Di quei periodi in cui qualcosa dentro e fuori di noi smette di funzionare.
Il desiderio di uscire da quella condizione diventa una scintilla.
Una spinta iniziale.
Come l’accensione dei motori di un razzo che lo portano in orbita.
Quella propulsione ci permette di accedere a momenti di chiarezza.
Momenti in cui iniziamo a vedere ciò che prima era invisibile.
E comprendiamo che alcuni dei programmi che portiamo con noi… non sono più funzionali.
A quel punto si apre una possibilità.
Possiamo scegliere di trasformarli.
Di lasciarli andare.
Di sostituirli con qualcosa di più allineato a ciò che siamo oggi.
Ed è qui che si entra nella parte più delicata del processo.
Perché vedere è un conto.
Cambiare è un altro.
A volte troviamo dentro di noi le risorse per farlo.
Altre volte, invece, abbiamo bisogno di essere accompagnati.
Parlo per esperienza diretta.
Questo è un percorso che ho attraversato in prima persona, grazie a cammini formativi mirati che mi hanno permesso di vedere, comprendere e trasformare.
Ed è proprio per questo che oggi posso dirti una cosa con chiarezza.
Non è un’opportunità per pochi.
È un processo accessibile.
E, se senti che è il momento giusto per iniziare davvero ad attraversarlo…