Il foglio bianco che è già scritto

È sabato, sono le 11:20 del mattino. Di solito, a quest’ora, ho già provveduto a imbastire l’articolo che pubblicherò il lunedì della settimana successiva. Questa mattina, però, è andato tutto diversamente. Faceva caldo, ho dormito poco e male, e mi sono alzato con un pensiero fisso: andare a vedere se mia madre fosse ancora viva!

Ti sembrerà strana un’apertura così drammatica, ma ho provato a chiamarla alle 20:30 di ieri sera e poi ancora verso le otto di questa mattina, senza ottenere alcuna risposta. Così, un po’ preoccupato, ho deciso di andare a casa sua e suonare il campanello.

I sabotaggi della mente e il bisogno di controllo

Quando si riposa poco, uno dei rischi maggiori è proprio quello di perdere lucidità. Mi ero addormentato con quel chiodo fisso e il clima estivo ha fatto il resto. Eppure, a ben guardare, quell’urgenza di conoscere le sorti di mia madre mi ha stranamente fornito la scusa perfetta per non prendermi il solito tempo per la meditazione.

In realtà, mi concedo quasi sempre un giorno alla settimana in cui di proposito non medito. Quel giorno cerco di sviluppare la mia attenzione in modo diverso. È come se il mio rapporto con i “piani superiori” fosse più allertato: non essendomi dedicato il consueto momento di centratura, la tendenza è quella di stare molto più attento a ciò che dico e a ciò che faccio. Lo vivo sia come un esercizio personale, sia perché credo che uno stacco e un cambiamento, ogni tanto, siano indispensabili per continuare a fare le cose nel modo migliore.

Oggi, quindi, non ho vissuto nulla di così strano. Non era certo la prima volta che mia madre non rispondeva al telefono. La conosco da 51 anni e ho imparato a riconoscere che, quando è appagata da qualcosa, il suo bisogno di contatto con il mondo esterno si riduce drasticamente. Avrei potuto immaginarlo. Tuttavia, è emersa comunque quella profonda necessità di andare a controllare, di capire se ci fosse qualcosa che non andava.

Una reazione vissuta inizialmente come una fuga, ma che ha poi preso una strada completamente diversa.

L'arte di lasciarsi trasportare dal flusso

Arrivato a casa sua, ho visto che era tutto chiuso e che apparentemente non c’era nessuno. Ho citofonato, ma non ho ottenuto alcuna risposta. Sono risalito in auto e ho provato a richiamarla. Dopo qualche squillo, mi ha risposto con la sua modalità più serafica e leggera, dicendomi che aveva avuto l’opportunità di andare in montagna e che stava benissimo, perché lì aveva dormito al fresco. Quando lei è presa da cose che la gratificano parecchio, il fatto che qualcuno possa essere preoccupato o abbia bisogno di contattarla passa non in secondo, ma in quinto piano. E va bene così.

Contento per la sua salute, ho sentito a quel punto il bisogno di gratificare anche me stesso. Visto che ero uscito senza fare colazione, ho deciso di allungare fino a uno dei miei bar preferiti, dove c’è il solito barista cacciarone, la cui voce si sente a chilometri di distanza, ma che è tanto simpatico. Mi sono seduto al tavolo con calma, ho ordinato e ho consumato la mia colazione.

Poi mi sono reso conto che non avevo proprio voglia di tornare a casa. Mi sono ricordato del messaggio di un negozio che iniziava i pre-saldi e ho deciso di andare a vedere cosa ci fosse. Sono partito con l’idea che, se non avessi trovato nulla di mio gusto, sarei tornato a mani vuote senza problemi; non mi sentivo obbligato a comprare qualcosa per soddisfare chissà quale parte di me.

Cambiare pelle e accogliere il presente

Aperto a qualunque opportunità, sono arrivato al centro commerciale. Entrato nel negozio, ho iniziato a guardarmi intorno. Ho trovato una maglietta carina con un serpente tutto intrecciato sulla schiena — e data la mia mai assopita simpatia per i rettili, ho pensato che potesse piacermi. Poi ho visto un paio di pantaloni corti color sabbia che, tutto sommato, sulle mie gambe magre potevano stare bene. Avevo trovato un bell’outfit. Ho chiesto se ci fossero gli sconti, mi è stato confermato e così ho deciso di farmi questo regalo. Una scelta, quella di concedermi queste due gratificazioni — la colazione, la maglietta e i pantaloncini —, utile anche a spegnere una sorta di insoddisfazione di fondo che si era insinuata tra le righe della mattinata.

Rientrato a casa, ho tenuto addosso gli abiti nuovi perché comodi e belli, e ho preparato la registrazione per una meditazione personalizzata, destinata a una persona che sto seguendo, alla quale avevo promesso questo supporto.

Ora mi sento sufficientemente appagato. Eppure sono ancora qui, davanti al famoso foglio bianco.

La vita si scrive da sola

Molto spesso ci convinciamo di dover trovare chissà dove e chissà come argomenti interessanti, o situazioni di chissà quale straordinario valore, per poter raccontare qualcosa di utile. Quando invece, esattamente come è accaduto oggi, basta vivere la vita di tutti i giorni, prendendosi semplicemente la cura di ascoltarsi e di capire cosa sta succedendo per avere già a disposizione un sacco di materiale.

Quel foglio bianco, in realtà, è già stato scritto.

E tu, quanto spesso ti lasci guidare dal flusso delle cose?

Ti capita mai di iniziare la giornata con un piano rigido in testa, per poi accorgerti che la vita aveva in serbo per te un percorso completamente diverso e inaspettatamente gratificante? Fammelo sapere qui sotto nei commenti, mi piacerebbe molto leggere la tua storia.

Un abbraccio

Moreno

 

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