Siamo ormai alle porte del 2020 e qual’è la situazione della cinofilia italiana?

Da dieci anni a questa parte, sempre più realtà propongono corsi di formazione per educatori cinofili, alcuni seri, altri meno. Siamo addirittura arrivati a percorsi formativi on-line, che non prevedono nemmeno la presenza di un docente in carne ed ossa, ma ciò che è peggio non c’è interazione diretta con l’animale o un tirocinio finalizzato alla pratica educativa. Il risultato è quello di ottenere persone preparate dal punto di vista teorico, ma per nulla pronte sul piano pratico.

Ciò che ho inoltre riscontrato, è che rispetto ai primi percorsi formativi, in cui i partecipanti avevano chiaro che il termine del percorso formativo era l’inizio della costruzione esperienziale, oggi il conseguimento di un diploma o di un attestato, rende le nuove leve già proiettate a fare lezioni o addirittura a tenere corsi di formazione. La mancanza di esperienza legata alla poca umiltà, purtroppo genera danni di notevole entità. Mi capita abbastanza frequentemente di parlare con persone chiamano perso fiducia nella figura dell’educatore cinofilo o dell’istruttore, poiché sono capitate nelle mani di chi troppo frettolosamente si è reso disponibile sul mercato.

Se da un lato, posso comprendere la fretta di mettersi alla prova, dall’altro temo che queste persone non considerino l’impatto che il loro intervento può avere. Il non pensare al fatto che, in un semplice processo educativosono coinvolte persone e animali che devono essere rispettate e considerate uniche per le loro qualità individuali, rende il tutto una semplice applicazione di tecniche pari a quelle impiegate nei circhi.

Lavorare con il cane, non significa essere capaci di impostare un seduto, un richiamo, una condotta al guinzaglio, vuol dire entrare in risonanza con gli individui (uomo e cane) con cui si interagisce e trovare la strategia migliore perché la loro diventi una convivenza perfetta.

Se poi andiamo a vedere la modalità con cui il proprietario medio accresce la propria cultura cinofila, purtroppo la prospettiva non migliora di tanto. Internet, fonte inesauribile di informazioni, viene considerato sempre veritiero, qualunque sia l’argomento cercato e di seguito letto. Questo crea situazioni in cui l’educazione fai da te sembra essere la formula più diffusa, anche se quasi mai adeguata alle esigenze delle persone che gestiscono il cane o alle peculiarità del animale stesso.

Ma ciò che rende davvero pericoloso l’appoggio alla rete, è la raccolta di informazioni relative ai problemi comportamentali. Sono presenti articoli molto ben scritti, contenenti informazioni utili e veritiere, ma che purtroppo non coprono mai il 100% delle casistiche. In tal senso l’applicazione pedissequa di quanto letto, può portare ad un peggioramento della situazione. L’applicazione parziale di un processo rieducativo infatti, non solo non garantisce l’ottenimento di buoni risultati, ma se non si conoscono le ragioni reali per le quali si sceglie un modo di operare anziché un altro, si può finire per compromettere ulteriormente la situazione.

Prendiamo ad esempio un soggetto iperattivo, ciò che sempre più frequentemente viene proposto in situazioni del genere è di incentivare l’attività mentale del cane. L’iperattività è una conseguenza della mancanza di autocontrolli, se promuoviamo un’ulteriore attività mentale, non creiamo nulla di nemmeno lontanamente vicino all’autocontrollo, semplicemente forniamo al cane ulteriori opportunità per mantenersi attivo. In questo modo è vero che possiamo raggiungere l’obbiettivo di avere una maggiore stanchezza manifesta, ma certamente non costruiamo nulla di utile per il suo stato emotivo.

Per quanto concerne l’ansia da separazione, un’altra delle problematiche più diffuse in ambito canino, questa viene spesso trattata come sottostimolazione, offrendo al soggetto che ne soffre delle attività (il Kong o ossetti in pelle di bufalo masticabili) da svolgere in assenza del proprietario. Anche questa strategia non è destinata a dare esiti positivi, poiché non punta alla risoluzione del processo ansioso, ma semplicemente ad uno spostamento transitorio delle energie del cane su altre questioni.
Chiaramente l’obbiettivo deve essere invece quello di rendere accettabile al soggetto in questione l’allontanamento del proprietario, che è poi la causa d’innesco del processo d’ansia.

 

Un’altra questione che tende a spaventarmi, ma soprattutto a crearmi qualche perplessità, riguarda un’abitudine sempre più diffusa tra i proprietari, inerente agli incontri più o meno occasionali tra cani. C’è una domanda che viene sempre fatta prima di ogni probabile interazione o anche solo di un possibile avvicinamento: “É maschio o femmina?”. Quando ho riscontrato le prime volte questa abitudine, ingenuamente mi sono chiesto perché gli altri proprietari fossero così curiosi, poi purtroppo ho capito che la domanda era legata all’attitudine di una percentuale piuttosto elevata di cani a non andare d’accordo con soggetti dello stesso sesso.

QUESTO NON È NORMALE!

C’è una sorta di consapevolezza rassegnata che fa credere che se il cane si comporta in un certo modo, tutto sommato è perché così dev’essere. Il cane è fondamentalmente un animale sociale, questo fa di lui o lei un individuo tendenzialmente ben disposto nei confronti del prossimo. Se uscendo a passeggiare con il mio cane, devo pregare di non incontrare soggetti dello stesso sesso, non è normale! Purtroppo significa che il mio cane ha un problema, che deve essere risolto.

Anche a noi bipedi a volte capita di provare antipatia nei confronti di qualcuno, anche senza una vera e propria ragione. Se nell’intera vita di un individuo questo capita ogni volta che esce di casa, il termine sociopatico è quello che più gli si addice. Perché per il cane dovrebbe essere normale?

Parliamo solo per un istante di cosa significhi essere un predatore, perché di fatto il nostro cane lo è. Il tempo legato ai momenti di attività ed inattività del cane, segue delle regole precise, un soggetto che resta costantemente attivo durante il giorno, non è normale, anche se il proprietario è abituato a vederlo così fin da giovane.

Ciò che voglio dire è che ci sono comportamenti che possono e devono essere corretti per il benessere psico-fisico del nostro animale. Nascondersi dietro ad una supposta normalità, non è indice di benevolenza nei confronti del animale con cui viviamo. 

Anche la ricerca di figure professionali d’aiuto alla persona che vuole educare o rieducare il proprio cane, data l’inflazione di educatori ed istruttori, sta diventando un gioco economico al ribasso, dove non c’è più interesse per la qualità del servizio offerto, ma semplicemente la ricerca del prezzo più basso possibile.

Il risultato di tutte queste condizioni, è purtroppo una realtà mediocre che non lascia spazio allo sviluppo di ciò che è davvero importante per i nostri amici pelosi e per i loro compagni bipedi, ovvero la costruzione del benessere di entrambi.

Si sta sviluppando, sempre con maggior forza, l’idea che per avere risultati sia sufficiente trovare qualcuno che ci dica quali esercizi proporre al nostro beniamino per poter cambiare i comportamenti che di lui non ci piacciono.

La questione è decisamente più complessa e profonda di quanto non sembri. È innanzitutto necessaria un’attenta valutazione di cane e proprietario, al fine di raccogliere maggiori informazioni possibili sullo stato emotivo di entrambi. Non è infatti importante comprendere solo quale sia e da dove derivi il disagio del animale, risulta anche assolutamente determinante capire la natura delle risposta emotiva dell’essere umano in relazione al problema.
Più spesso di quanto non si creda, la risoluzione completa della situazione è insita nel cambiamento che la persona genera in sé stessa, approcciandosi nel modo corretto alla situazione.

Qualche tempo fa seguivo un processo rieducativo su di un cane che mostrava aggressività nei confronti dei suoi simili e degli esseri umani. Dopo aver raggiunto un importante miglioramento, avevo la sensazione che sarebbe stato possibile arrivare ancora più in là ed ero certo che ancora poco dipendesse dal cane. Dopo un ulteriore approfondimento con la proprietaria, le domandai quale fosse il suo stato emotivo in relazione alle uscite con il cane. Emerse con grande forza la sua paura in merito a ciò che sarebbe potuto accadere ogni volta che lei ed il suo cane uscivano di casa. Avendo già riscontrato più volte, in situazioni molte meno complesse legate al richiamo del cane in libertà, quanto potesse influire l’approccio mentale della persona, decisi di proporle un lavoro mirato, non sul animale, ma su di lei.
Fu felice quanto me di assecondare la mia richiesta. Così iniziai a proporle degli esercizi di meditazione, finalizzati a cambiare il suo stato emotivo durante le uscite con Billy.
Fu una vera e propria sorpresa, nel giro di 15 giorni ci fu una svolta memorabile. Tutte le risposte, non ancora ottenute, che mi aspettavo dal processo rieducativo proposto, cominciarono a spuntare come funghi. Fu possibile osservare un ulteriore rilassamento del cane, che come conseguenza aveva addirittura smesso del tutto di reagire agli stimoli che in precedenza lo disturbavano.

Da quel momento il rapporto tra i due assunse una dimensione più profonda e la qualità di vita di entrambi, migliorò considerevolmente.

Il cane non jukebox e la condizione emotiva e mentale del proprietario non è ininfluente. Gli esercizi mirati alla costruzione di nuovi comportamenti sono utilissimi, ma non possono essere la sola modalità operativa proposta, soprattutto se si vuole ottenere un risultato finale degno di essere definito completo.

L’interazione tra le due specie, l’essere umano ed il cane, si basa su ben’altro che una mutua convivenza. Ci sono energie sottili coinvolte nella relazione, che sono responsabili del funzionamento del rapporto.

L’interdipendenza è un fatto reale, non una semplice riflessione filosofica. Comprendere come l’ambiente, lo stato d’animo del animale e quello della persona, concorrano in egual misura al raggiungimento di un obbiettivo, è alla base di una qualunque attività con il cane. Se non si comprende questo è bene non iniziare nemmeno.

L’approccio olistico, ormai ampiamente impiegato anche nella medicina tradizionale, deve essere preso in considerazione anche nell’abito cinofilo. Il cane non è un’entità separata dall’ambiente e dal proprietario, le interazioni sottili sono continue ed influenzano costantemente il suo comportamento.

Se vogliamo che si sviluppi un’interazione costruttiva, non dobbiamo e non possiamo ignorare tutto questo. Il cambiamento è frutto dello sviluppo di una coscienza comune, ma questo nasce dalla conoscenza.

Mi auguro, con questo articolo di aver dato una visione globale del mondo cinofilo attuale e che questo porti ad una consapevolezza maggiore per chiunque lo legga.

Resto disponibile per qualunque forma di approfondimento in merito a quanto pubblicato.