Un fatto di cronaca degli ultimi giorni mi ha turbato tanto da farmi scrivere qualcosa in merito. Ormai, se mi segui e leggi gli artticoli che scrivo, avrai riconosciuto la mia abitudine ad esprimere un opinione solo su quegli argomenti che mi toccano il cuore in modo significativo e questo fatto ci è riuscito. Si parla del diritto di un uomo malato di togliersi la vita. Si sprecano i commenti su quanto sia sbagliato che questa persona si sia dovuta far portare in un altro paese per esercitare il suo diritto uccidersi e di quanto giusto sarebbe se questa opportunità ci fosse anche nel nostro paese.

Non ho volutamente approfondito la mia conoscenza della vicenda di quest’uomo, poiché ritengo certamente valide per lui le motivazioni che l’hanno portato a farsi uccidere. Soprattutto se consideriamo che l’attaccamento alla vita tende ad essere uno dei più forti, se non il più forte in assoluto.  Come sempre accade mi fermo a meditare sulle cose, soprattutto per cercare di cogliere anche il punto di vista degli altri e vedere se posso imparare qualcosa.

Questa volta sono stato portato di forza davanti a diverse perdite importanti che hanno segnato la mia vita e non ho potuto fare a meno di comparare le diverse esperienze con questo fatto di cronaca. Voglio solo precisare che tutte e quattro le perdite sono state causate dal cancro, pertanto da circostanze che nella maggior parte dei casi non trovano un epilogo positivo. È in due di queste l’eutanasia era una scelte possibile. Certo mi sarei dovuto prendere la responsabilità della scelta, ma sarebbe stata legale ed accettabile. Ho comunque scelto di dire NO. Credimi se ti dico che questa scelta ha rischiato addirittura di incrinare il rapporto con mia moglie.

Ho seguito da vicino, accompagnandoli alla dipartita tre dei quattro esseri davvero importanti, il quarto non ho potuto assisterlo fisicamente. Per tre mesi, quotidianamente ho seguito mio padre nel processo degenerativo di un cancro incurabile, osservando tutte le modificazioni emotive, oltre ovviamente a quelle fisiche. Ho potuto vedere le sofferenze fisiche e mentali di un uomo ancora forte che non aveva in alcun modo accettato la sua malattia. Ricoverato in hospice era ancore certo che da lì sarebbe uscito con le sue forze me sulle sue gambe. È stato davvero difficile vedere un essere fiero, tutto d’un pezzo, che a suo avviso non aveva mai avuto bisogno di nessuno, accettare che il figlio disabile lo aiutasse a fare pipì. Posso solo dirti che mio padre ha lasciato il corpo poche ore dopo aver lasciato andare la sua condizione mentale ostruttiva legata a quanto descritto.
Una cara amica, anch’essa malata di cancro, alla quale sono stato vicino supportandola attraverso il reiki e le preghiere, mi ha offerto l’opportunità di fare un’esperienza unica e indimenticabile. L’affetto, che ci unisce tutt’ora è stato un tramite indiscutibilmente forte, tanto da rendere possibile la comunicazione tra noi ad una distanza davvero importante. Quando lei lasciò il corpo, io ero in Indonesia per un ritiro. Arrivai tre giorni prima del Maestro che avrebbe aperto il o e decisi di impiegare questo tempo per imparare una particolare tecnica di meditazione piuttosto impegnativa. il terzo giorno, mentre ero in stato meditativo, vidi la mia amica, la quale mi disse che era stanca di combattere. Le sue parole furono: “Non c’è faccio più”. Ricardo di aver chiesto aiuto agli esseri santi presenti in quel luogo, perché agevolassero il suo passaggio. Qualche minuto dopo, ricevetti un messaggio via telefono da un’amica che stava con lei fisicamente, voleva dirmi ciò che già sapevo,  S. aveva lasciato il corpo. Il suo legame molto forte con la famiglia l’aveva portata a consumarsi lentamente e ad arrendersi quando il suo corpo non era più in grado di sostenerla.

Le altre due esperienze importanti, riguardano due cani, con cui ho condiviso più di dieci anni della mia vita, anche in questo caso il legame era davvero forte. Trattandosi di animali, come dicevo in apertura dell’articolo, l’eutanasia sarebbe stata possibile. Ma proprio perché memore delle esperienze fatte, decisi che avrei lasciato loro l’opportunità di trarre tutto il possibile anche dall’esperienza della morte non indotta.
Black, Dobermann di 11 anni, colto  da una forma tumorale che colpì parte della colonna vertebrale ed i polmoni, un cane meraviglioso, un compagno di vita come pochi ne esistono, è stato accudito per circa tre settimane prima di lasciare il corpo. È stata per tanti aspetti un’esperienza toccante, perchè in questo periodo la mia famiglia ed io abbiamo assistito alla degenerazione fisica del nostro amico ed al suo crescente bisogno di aiuto anche per le cose più semplici.  Aiutato anche lui da reiki, mantra e preghiere si è spento in modo assolutamente dignitoso, insegnandoci una nuova consapevolezza della morte.

Nemo, Parson Russell Terrier di 13 anni, affetto da tumore ai polmoni, un vero Terrier, testardo, caparbio, indipendente anche nel momento della dipartita, è riuscito a trasmetterci quanto sia possibile arrivare ad avere chiarezza del momento esatto della propria morte. Una mattina, dopo il consueto giro all’esterno per i bisogni ed il consueto primo pasto della giornata, si recò davanti alla porta delle camera di mia figlia, volle che la aprissimo, scelse un posto comodo ed appartato (ricerca insolita per lui) e si addorentò senza più risvegliarsi. Non mancarono, per tutto il periodo della malattia tutte attenzioni necessarie anche sul piano spirituale.

Cosa mi spinse e mi spinge ancora oggi a ritenere che il non ricorso all’eutanasia sia stata la scelta corretta?
Il primo aspetto sul quale mi sono soffermato riguarda lo stretto rapporto esistente tra sofferenza e crescita. Nella mia esperienza di vita posso dire che i momenti in cui sono davvero cresciuto, in cui ho subito cambiamenti significativi, sono sempre stati quelli in cui ho dovuto affrontare delle difficoltà e sofferenze. I momenti in cui invece ho imparato poco o nulla? Quelli in cui tutto andava come mi aspettavo. Oggi ringrazio i momenti difficili perchè mi hanno aiutato a diventare ciò che sono.

Il mio approccio alla vita, non l’ho mai nascosto, è di stampo buddhista. La familiarità con le tecniche di meditazione, mi ha spinto verso una consapevolezza più elevata dei processi che condizionano la nostra mente. Lo stato meditativo, porta ad un allontanamento dalla corporeità. Questo aiuta a familiarizzare la propria mente con processi mentali che difficilmente emergerebbero in condizioni normali.
In alcune pratiche, la condizione che si manifesta durante il sonno, viene paragonata a quella della morte. Al punto che C i sono meditazioni nelle quali si prende consapevolezza del processo della morte, approfittando dei momenti in cui si dorme, studiandolo passaggio per passaggio per essere preparati nel momento in cui questo avverrà. Per un buddista praticante, il momento della morte diviene il più prezioso attimo della vita stessa. Infatti, se vissuto con piena consapevolezza questo istante consente di eliminare alla radice tutti i veleni mentali, che sono la causa delle nostre sofferenze.

Pur comprendendo che per un non buddista, questi siano argomenti difficili da comprendere, posso però affermare, dopo aver vissuto in piccola parte esperienze di abbandono di alcuni piccoli veleni mentali, che se ci sono risultati apprezzabili durante la vita, arrivare con consapevolezza al momento della morte naturale, debba avere una rilevanza davvero grande.

Osservando la mia mente, mentre facevo le esperienze che ti ho descritto fino a questo punto, affrontando i processi di morte degli esseri ai quali ero vicino, mi sono accorto della comparsa di un meccanismo di rifiuto alla vista della sofferenza altrui. Osservandolo da vicino mi sono accorto che questo è a tutti gli effetti un’autodifesa. Vedere negli altri la sofferenza, genera in noi lo stesso tipo di risposta. Dal momento che a nessuno piace soffrire, l’allontanamento della sofferenza altrui, tende a far cessare anche la nostra. Risulta essere un processo molto affine a quello in cui si rifiuta di vedere un animale mentre viene macellato, ma poi non ci si fanno grossi scrupoli a comprare il vassoio di polistirolo contente delle bistecche.
Tanto più ci allontaniamo dalla sofferenza, quanto più siamo felici, almeno apparentemente. La sofferenza della morte, è uno degli aspetti che più spaventa gli esseri umani, rimane però l’unica certezza che tutti abbiamo. Non è semplice da affrontare, a meno che non ci si prepari accuratamente a farlo. Personalmente ci penso frequentemente, potrei dire tutti i giorni quasi in qualunque momento della giornata. In fondo, cito uno dei miei Maestri, appena nati siamo istante dopo istante sempre più vicini alla nostra morte.

È d’obbligo che io mi rivolga a tutti quelli che hanno condannato il nostro paese, poiché privo di una legge che permette a chiunque di togliersi la vita quando vuole, pregandoli di ragionare sugli aspetti esposti in questo articolo. Voler togliersi da una situazione di sofferenza ritenendo che sia corretto privare un individuo di una serie di esperienze pre morte che possono elevarlo spiritualmente, per come la vedo è un errore grossolano! Osserviamo la vera motivazione che ci spinge ad essere sicuri che sia una buona prassi quella di rendere legale il suicidio e che non sia solamente un transfert per il quale non volendoci mai trovare nelle medesime condizioni, preferiamo essere certi di avere una scappatoia. Credo fermamente che non voler affrontare ed accettare la morte, sia come non affrontare ed accettare il tramontare del sole.

One thought on “Il rifiuto della sofferenza

  1. Ottima Direi ottima osservazione Moreno.
    Non voglio e non sarei neanche in grado di giudicare un gesto così importante poiché penso che ci si debba trovare sempre immersi nella situazione in prima persona.Anzi non escluderei il fatto che avrei potuto pensare ciò sia per me che per una persona a me cara.
    Quel che mi sento di esprimere io è solo questo:
    ancora una volta l’essere umano pecca di forte presunzione e di eccessiva saccenza.
    La mia domanda a frasi come “finalmente sei in pace”, “finalmente stai meglio” è questa:
     “Chi ci dà la certezza che dopo aver deciso di proprio pugno (ripeto, non voglio giudicare  la sofferenza di Fabo) il come porre fine alla propria vita terrena mediante suicidio assistito, possa appunto portare ad una elevazione spirituale del tutto serena?!
    Che sia fatta la sua volontà e pace all’anima sua,nulla da dire; ma che si metta la fastidiosa presunzione di noi esseri umani da parte…

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *