Premessa.

Da quando avevo pochi mesi di vita, sino all’età di circa 18 anni, ho frequentato diversi centri per la riabilitazione dei disabili. In tutti questi anni ho potuto osservare il diverso approccio alla vita da parte del disabile, me compreso. Potrei dire che ho riscontrato almeno tre differenti modalità, la prima è quella in cui il diversamente abile è arrabbiato con il mondo, la seconda lo vede essere passivo, la terza, è quella che un po’ più mi appartiene, in cui malgrado le difficoltà il disabile si pone al mondo cercando di superarle.

Perché è un disabile deve accettare la sua condizione?

Può sembrare assurdo, ma già in condizioni normali, la non accettazione delle cose che non vanno come vorremmo, è innegabilmente motivo di sofferenza. Se a questo andiamo ad aggiungere una condizione dalla quale molto probabilmente non è possibile uscire, questo significa impostare tutta la vita sulla modalità “sofferenze esagerata”. Non nego assolutamente che i momenti di difficoltà ci sono, il più delle volte cominciano la mattina appena sveglio, per terminare la sera (aumentando) sino al momento in cui non tocco il materasso. Questi meccanismi variano a seconda della disabilità della persona, ma credo che una cosa sempre vera sia che la stanchezza non aiuta. Rende difficoltoso fare anche le cose più semplici. Quando devi concentrare una buona parte delle tue energie, per regolare i tuoi movimenti, anche solo per mettere un calzino, è immaginabile come andando verso sera le cose diventino sempre più complesse.

Allora che cosa dovrebbe spingere un disabile ad accettare la propria condizione?

Personalmente credo che molto dipenda dalla motivazione che si dà alla propria condizione. Si può pensare esclusivamente di essere “sfigati”, ci si può semplicemente arrendere all’evidenza senza porsi troppe domande oppure, si può cercare una motivazione profonda che spinga a fare del proprio meglio per sfruttare questa condizione non favorevole. Io ho scelto! Ho trovato la mia motivazione nella legge di causa ed effetto o karma, se preferisci, partendo dal presupposto che se vivo questa situazione specifica una motivazione sicuramente c’è. Non sempre questa motivazione va ricercata nella vita attuale, a volte risale a diverse vite precedenti, ma non per questo vale di meno. Personalmente credo di non aver fatto un buon uso del mio corpo nelle vite precedenti o più semplicemente devo essermi comportato in modo davvero orribile con persone che avevano difficoltà di carattere fisico. Il karma ci offre la possibilità di migliorare di vita in vita, l’importante è comprendere per quale motivo alcune cose ci stanno capitando, senza abbatterci, ma come dicevo prima, sfruttando una condizione apparentemente sfavorevole, finalizzandola alla propria crescita personale.

L’importanza di fare qualcosa per gli altri.

Stare fermi su se stessi a rimuginare sulla propria condizione, non porta ad altro che a depressione. Spostare l’attenzione da ciò che è solo proprio, a ciò che invece ci circonda, ci permette di ampliare la mente osservando le difficoltà altrui. Ma soprattutto, riconoscendo la sofferenza degli altri, diventiamo capaci di sviluppare compassione, ovvero il desiderio che gli altri non soffrano. Quando questo accade ed iniziamo a prodigarci per il beneficio degli altri, cominciamo a prestare sempre meno attenzione a noi stessi. In questo modo superiamo meglio le difficoltà, affrontiamo con maggior serenità quello che ci si pone davanti, ricordando che anche le altre persone soffrono esattamente come soffriamo noi. La prima obiezione che può venirti in mente leggendo questo, riguarda l’impossibilità fisica, a carico del disabile, di prestare aiuto agli altri. Molte volte, le parole e perché no anche i pensieri, hanno una grandissima capacità di supportare gli altri. Questo credo non andrebbe mai dimenticato, sia tu un disabile o una persona normodotata.

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